Nel panorama discografico attuale non è frequente imbattersi in programmi che rinuncino deliberatamente all’effetto della grande forma per costruire al contrario un percorso fondato sulla miniatura pianistica e ancora più raro è che tale scelta non risponda a una semplice logica antologica, ma che si sviluppi come un itinerario storico ed estetico coerente, capace di mettere in relazione compositori appartenenti a epoche e a tradizioni differenti. A questa tipologia di programma appartiene di certo il progetto discografico della pianista feltrina Silvia Carlin, intitolato Pensées Fugitives e pubblicato dalla Da Vinci Classics, attraverso il quale la giovane interprete non si è limitata ad accostare pagine accomunate dal titolo o dalla brevità, ma soprattutto a ricostruire una genealogia della “forma breve” attraverso un’idea interpretativa precisa.
Chiaramente, il titolo riassuntivo di questo disco si basa sulla celeberrima raccolta delle Visions fugitives op. 22 di Sergej Prokof’ev, autentico capolavoro del Novecento pianistico, attorno al quale gravitano le Pièces fugitives op. 15 di Clara Schumann, le due raccolte delle Pensées fugitives op. 11 & op. 23 del russo Samuil Maykapar, più noto come didatta che come compositore, e le Trois Pensées fugitives op. 66 di Moritz Moszkowski. Quindi, un repertorio a dir poco inconsueto, nel quale soltanto i nomi di Prokof’ev e della Wieck appartengono stabilmente al grande canone concertistico, mentre gli altri autori - soprattutto Maykapar - restano ancora oggi ai margini della programmazione, nonostante l’indubbio interesse della loro produzione pianistica.

La scelta fatta dalla giovane pianista veneta, dunque, possiede un valore che supera il semplice gusto per la rarità, poiché si tratta di un programma che invita a riflettere sulla miniatura come laboratorio privilegiato dell’invenzione musicale. Se la grande forma sonatistica tende a fondare il proprio equilibrio sullo sviluppo e sulla dialettica tematica, il brano breve concentra invece tutta la propria forza nell’immediatezza dell’intuizione e costituisce un organismo autonomo, spesso costruito attorno a un’unica immagine sonora, a un particolare gesto pianistico, a una precisa atmosfera psicologica. La brevità non coincide dunque con l’idea di una “depauperizzazione creativa”, ma con una diversa concezione della forma, nella quale la sintesi diventa il principale strumento espressivo. Questa prospettiva consente di cogliere anche l’originalità della successione dei brani, visto che il programma non procede secondo criteri cronologici, né secondo una tradizionale alternanza di caratteri, ma costruisce un itinerario nel quale il concetto di “pensiero fuggevole” assume significati diversi a seconda del linguaggio dei compositori coinvolti. In Clara Schumann esso coincide ancora con l’eredità romantica del “foglio d’album”; in Moszkowski diventa elegante esercizio di invenzione pianistica; in Maykapar assume una dimensione introspettiva sorprendentemente moderna; in Prokof'ev, infine, si trasforma in una successione di visioni che sembrano anticipare la tipica frammentarietà espressiva del Novecento.
Anticipo fin da adesso un aspetto del giudizio da dare a questa registrazione, ossia che è significativo il fatto che Silvia Carlin non abbia enfatizzato questa costruzione mediante artifici interpretativi o forzature concettuali. Il programma possiede già una propria logica interna e l’interprete ha scelto intelligentemente di lasciarla emergere attraverso la continuità del discorso musicale, evitando di cadere nella trappola, purtroppo frequente in molti progetti tematici contemporanei, di sovraccaricare il repertorio di significati estranei alle opere stesse. Qui, invece, il filo conduttore nasce direttamente e spontaneamente dalla musica. Da ciò, emerge anche una qualità non secondaria offerta dalla giovane interprete, vale a dire la capacità di concepire il disco come un organismo unitario e non come una semplice raccolta di esecuzioni. Molti recital discografici risultano eccellenti sul piano esecutivo, ma appaiono privi di un’autentica necessità progettuale; Pensées Fugitives, al contrario, rivela un pensiero musicale che precede l’esecuzione e ne orienta sagacemente le scelte interpretative.
Va da sé che il fulcro interpretativo del disco sia inevitabilmente costituito dalle Visions fugitives op. 22 di Sergej Prokof’ev, una delle raccolte pianistiche più sfuggenti dell’intero ventesimo secolo. Apparentemente costruita come una successione di frammenti autonomi, essa richiede in realtà un delicatissimo equilibrio fra autonomia delle singole miniature e coerenza dell’intero percorso ed è proprio questo uno dei principali risultati raggiunti da Silvia Carlin, la quale evita qualsiasi accentuazione caricaturale di quella componente sarcastica che spesso domina la lettura di Prokof’ev. L’asprezza del linguaggio non viene mai esasperata, ma ricondotta entro una prospettiva più ampia nella quale convivono ironia, lirismo, inquietudine e improvvisi bagliori di luminosità. Ne deriva un Prokof’ev meno aggressivo di quanto certa tradizione interpretativa abbia imposto, ma probabilmente più vicino alla straordinaria ambivalenza psicologica della raccolta. L’impressione più convincente nasce dalla qualità del suono. Il tocco appare sempre estremamente controllato, nitido senza diventare percussivo, mentre l’articolazione mette in luce la natura prismatica della scrittura prokof’eviana. Ogni figura conserva una propria individualità timbrica senza compromettere la continuità del discorso musicale e anche il pedale viene utilizzato con particolare misura, evitando qualsiasi impasto eccessivo e contribuendo a mantenere quella trasparenza che costituisce uno dei punti di forza dell’intera incisione. La stessa gestione delle dinamiche rispetta tanto le indicazioni dell’autore quanto le proporzioni interne della raccolta, facendo emergere con naturalezza l’evoluzione espressiva delle venti miniature.

Non meno convincente è risultato l’approccio alle Quatre pièces fugitives op. 15 di Clara Schumann, pagine che negli ultimi anni stanno finalmente conquistando uno spazio sempre più significativo nel repertorio concertistico, anche grazie al progressivo superamento di quella lettura storiografica che per decenni ha confinato la compositrice nel ruolo di semplice interprete dell’opera di Robert Schumann e di sua devota compagna (tentazioni brahmsiane permettendo). Silvia Carlin ha affrontato questi quattro brani evitando, vivaddio, ogni forma di sentimentalismo. Certo, la linea melodica è stata costantemente valorizzata, ma senza alterare la solidità della costruzione armonica e contrappuntistica. Il fraseggio ha mantenuto una naturale elasticità, capace di far respirare la melodia senza trasformarla in un continuo rubato di maniera. Si tratta di un equilibrio tutt’altro che semplice da ottenere, perché la scrittura pianistica di Clara Schumann vive proprio della continua tensione fra impulso lirico e rigore costruttivo. Particolarmente riuscito è apparso lo Scherzo conclusivo, affrontato con una leggerezza quasi coreografica, con l’agilità digitale che non è mai diventata una semplice brillantezza esteriore, ma restituendo, al contrario, quel senso di elegante mobilità che costituisce uno degli elementi più originali della pagina. Anche qui è emersa una concezione del virtuosismo inteso come mezzo espressivo e non come esibizione tecnica e la lettura dell’artista feltrina ha confermato così il senso del fraseggio, la cura della linea melodica e la capacità di mettere in luce la temperie romantica della composizione senza appesantirne il linguaggio.

Se Prokof’ev rappresenta, ça va sans dire, il punto di riferimento inevitabile del programma, la vera sorpresa del disco è probabilmente costituita dalla presenza di Samuil Maykapar. Nato a Cherson, in Ucraina, nel 1867 e formatosi al Conservatorio di San Pietroburgo sotto la guida di Anatolij Ljadov e Nikolaj Rimskij-Korsakov, Maykapar è appartenuto a quella generazione di musicisti russi che ha vissuto il passaggio fra tardo romanticismo e primo Novecento senza aderire né alle radicali sperimentazioni dell’avanguardia né al nazionalismo del cosiddetto “Gruppo dei Cinque”. Pianista di notevolissimo livello, insegnante e teorico della didattica pianistica, Maykapar dedicò gran parte della propria attività all’insegnamento presso il Conservatorio di Pietrogrado, lasciando anche importanti scritti pedagogici. Il suo nome è oggi legato soprattutto ai Biriulki op. 28, raccolta destinata agli allievi che continua a essere utilizzata nelle scuole di pianoforte russe. Questa notorietà didattica, tuttavia, ha finito quasi per oscurare una produzione molto più vasta, comprendente sonate, preludi, studi e numerosi cicli pianistici nei quali convivono eleganza tardoromantica e una sorprendente attenzione alla miniatura psicologica.
Da qui appare evidente l’interesse della pianista veneta per le due raccolte di Pensées fugitives, op. 11 & op. 23, che appartengono proprio a questo versante della sua produzione. Pur condividendo con Prokof’ev l’interesse per la forma breve, esse si muovono in una direzione profondamente diversa. Non vi troviamo infatti la frammentazione quasi aforistica delle Visions fugitives, bensì un linguaggio ancora pienamente radicato nella tradizione romantica russa, nel quale ogni miniatura sembra rappresentare una riflessione autonoma, raccolta entro un equilibrio formale estremamente raffinato. La scelta di Silvia Carlin assume quindi anche un valore musicologico, poiché riproporre Maykapar non significa semplicemente recuperare un autore dimenticato, ma ricollocare nel corretto spazio un tassello importante nella storia della miniatura pianistica fra Otto e Novecento. Ora, dal punto di vista interpretativo, la pianista a mio avviso ha colto perfettamente questa dimensione raccolta, con il dominio della tastiera che è rimasto sempre subordinato alla costruzione del discorso musicale; inoltre, il fraseggio ha evitato ogni enfasi e ha saputo restituire quella pacata intensità che costituisce una delle qualità più affascinanti della scrittura di Maykapar. Colpisce soprattutto la limpidezza del suono, una sorta di cristallinità timbrica che ha conferito particolare evidenza alle linee melodiche senza impoverire il tessuto armonico. A tale proposito, l’Allegretto dell’op. 11 ne costituisce forse l’esempio più convincente, ma l’intera lettura rivela un costante senso della proporzione sia nella prima sia nella seconda raccolta.

Ora, se Maykapar ha costituito la scoperta più significativa del programma, Moritz Moszkowski ha rappresentato invece il naturale punto d’incontro fra brillantezza pianistica e gusto salottiero della tarda stagione romantica. Che la musica di questo autore polacco abbia pagato a lungo un pregiudizio critico che l’ha ridotta a semplice repertorio virtuosistico, trascurandone la finezza della scrittura e la sapienza dell’invenzione melodica, lo sanno ormai anche i sassi. Per fortuna, negli ultimi anni la riscoperta obiettiva e calibrata delle sue pagine ha contribuito a restituire il giusto rilievo a un compositore che, fra Otto e Novecento, godette di una fama europea non inferiore a quella di molti colleghi oggi assai più eseguiti.
Le Trois Pensées fugitives op. 66 appartengono a quella produzione nella quale la brillantezza tecnica non costituisce mai un fine autonomo ma, come ho già accennato, nasce direttamente dalla costruzione del discorso musicale. L’errore più frequente consiste proprio nell’accentuarne la dimensione spettacolare, trasformando la naturale fluidità della scrittura in una dimostrazione di abilità digitale, cosa che invece, saggiamente, Silvia Carlin ha evitato di fare nella sua lettura. Il controllo della tastiera è apparso costante anche nei passaggi più impervi, ma ciò che mi ha convinto maggiormente è stata la chiarezza dell’architettura musicale. Ogni episodio, infatti, ha conservato il proprio peso specifico all’interno della frase, mentre il virtuosismo è stato ricondotto alla funzione che Moszkowski gli attribuiva, ossia non elemento decorativo, bensì naturale espansione dell’idea melodica. Sia ben chiaro, questo tipo di approccio interpretativo richiede un notevole senso delle proporzioni e una piena padronanza della costruzione formale, qualità che emergono con particolare evidenza nell’intero op. 66, dando così modo all’elemento tecnico di essere trasparente, quasi invisibile, lasciando che fosse la musica a occupare il centro dell’attenzione.

Alla luce di tutte queste riflessioni, emerge un elemento che forse costituisce la cifra più personale dell’interpretazione di Silvia Carlin: la ricerca costante dell’equilibrio. Non vi sono cedimenti al manierismo, né il desiderio di imporre una lettura fortemente soggettiva alle opere, ma ogni scelta sembra nascere dall’ascolto della scrittura e dal rispetto delle peculiarità stilistiche dei singoli autori. Tale atteggiamento potrebbe apparire, a un primo sguardo, improntato a una certa misura; in realtà, rivela una maturità interpretativa non comune, perché rinuncia deliberatamente all’effetto immediato per privilegiare la coerenza del discorso musicale. Ed è proprio questa continuità stilistica a consentire il dialogo fra autori tanto differenti, con Prokof’ev che non viene “romanticizzato”, con Clara Schumann che non viene appesantita da un sentimentalismo estraneo alla sua poetica; e poi Maykapar che non è presentato come una semplice curiosità archeologica e con Moszkowski, infine, che non viene ridotto a brillante intrattenitore della tastiera. Al contrario, ognuno di loro ha conservato la propria individualità linguistica, ma all’interno di un percorso unitario che ha reso perfettamente percepibile il filo conduttore del progetto. In questo senso, è bene rimarcarlo, Pensées Fugitives si inserisce in quella tendenza, sempre più interessante e rassicurante, almeno per chi ha i capelli quasi bianchi come il sottoscritto, che vede giovani interpreti affiancare alla qualità esecutiva un’autentica riflessione musicologica sulla costruzione dei propri programmi.
Anche sotto il profilo tecnico la bontà di questo progetto ha confermato tale impostazione. La presa del suono, effettuata a Bayreuth da Jochen Schobert e con il mastering di Gabriele Zanetti, ha indubbiamente esaltato la naturalezza e la trasparenza timbriche del Steingraeber & Söhne Concert Grand Piano E utilizzato da Silvia Carlin, restituendo a livello di palcoscenico sonoro uno strumento presente ma mai artificiosamente ingrandito. La dinamica è stata resa con equilibrio, velocità e adeguata energia, mentre il dettaglio ha permesso di apprezzare il controllo del tocco e la cura dell’articolazione senza sacrificare la naturale risonanza del pianoforte, grazie a una sostanza materica realmente tridimensionale, senza contare che l’equilibrio tonale non ha manifestato pecche o indebite sovrapposizioni tra il registro medio-grave e quello acuto.
Andrea Bedetti
AA.VV. – Pensées Fugitives
Silvia Carlin (pianoforte)
CD Da Vinci Classics C01182
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4,5/5
