Chi non mastica la lingua inglese, può pensare che l’espressione gleam and gloom sia una sorta di gioco di parole o uno scioglilingua. In realtà, il suo significato è assai più profondo e problematico, visto che vuol dire “splendore e oscurità”, due lemmi che, nel loro accumularsi e nel loro distinguersi, simboleggiano idealmente l’universo sonoro di Wolfgang Amadeus Mozart. Quindi, bene ha fatto il pianista e docente di musica serbo Sinadin, pseudonimo di Dejan Sinadinović, a scegliere come titolo del suo disco pubblicato dalla Da Vinci Classics quello di Gleam and Gloom. Music of Opposing Characters, che non dev’essere quindi inteso come un semplice e accattivante espediente editoriale, ma che individua piuttosto una delle tensioni più profonde del pianismo mozartiano: la convivenza, entro una scrittura di prodigiosa chiarezza, di grazia e inquietudine, equilibrio e vertigine, levità e presagio. Dunque, in nome di questi “opposti estremismi”, il programma da lui scelto riunisce la Sonata in do maggiore K. 330, la Fantasia in do minore K. 475, l’Adagio in si minore K. 540 e il Rondò in la minore K. 511, quattro (capo)lavori che, accostati, descrivono una geografia espressiva assai più accidentata di quanto l’immagine convenzionale di Mozart lasci spesso supporre. È questa, dunque, la prospettiva adottata da Sinadin, il quale ha firmato anche la ripresa e il montaggio sonoro dell’incisione, realizzata a Belgrado alla fine del 2025 su un pianoforte Yamaha CFX.

Ora, giunto alla fine dell’ascolto, posso affermare che l’aspetto più interessante della sua lettura è che il contrasto in questione, denominatore comune di tutto questo progetto discografico, non è stato cercato attraverso effetti vistosi. Nella Sonata K. 330, soprattutto nel tempo iniziale, Sinadin ha evitato tanto il grazioso miniaturismo quanto l’ostentazione virtuosistica, ma evidenziando un tempo sorvegliato, un’articolazione nitida, una dinamica mobile senza che diventasse nervosa. Inoltre, il fraseggio ha privilegiato la continuità del discorso, ma ha lasciato percepire con chiarezza quelle piccole asimmetrie, quegli scarti d’accento e quelle inflessioni armoniche che impediscono alla pagina di ridursi a una luminosa superficie settecentesca. La brillantezza, insomma, non è mai stata esibita, ma è stata trattata come una qualità strutturale.
Ancora più rivelatore, continuando con l’analisi della Sonata in questione, è stato l’Andante cantabile. Qui il pianista serbo ha mostrato una concezione del suono più raccolta, quasi cameristica. Il canto non è stato gonfiato né sentimentalizzato, e proprio per questo le incursioni in fa minore hanno saputo acquistare un peso particolare. In questo senso, Sinadin non ha forzato l’ombra, non l’ha trasformata in episodio patetico, lasciandola emergere dall’interno della frase, attraverso una diversa pressione del tocco, permettendo così l’emerge di una maggiore densità armonica e di un’agogica appena più respirata. È questo un modo molto mozartiano di intendere il dolore, che non rompe mai la forma, ma la attraversa come una vena sotterranea. Il passaggio dalla luminosità esterna della Sonata alle sue incrinature interne costituisce, del resto, uno dei nodi espressivi individuati anche nelle note di accompagnamento, vergate dallo stesso artista serbo.
La Fantasia in do minore K. 475 ha costituito naturalmente il centro drammatico del disco. La sua forma episodica, fatta di brusche svolte, arresti, ripartenze, mutamenti di registro e di carattere, rischia sempre di frammentarsi in una sequenza di scene distinte, “segmentose”. Sinadin, al contrario, ha optato per una scelta più coerente, quella di sottolineare l’unità narrativa della pagina pianistica. L’attacco ha proiettato una gravità esente da pesantezza, con le pause che sono state vere cesure psicologiche, non semplici silenzi metrici e con le zone più tempestose hanno mantenuto una notevole leggibilità delle parti. Quando la scrittura si è rarefatta ed è sembrata aprirsi a un’improvvisazione sospesa, Sinadin non ha smarrito il senso della direzione e la “libertà” compositiva è restata inscritta in un disegno ben delineato. È forse qui che la sua interpretazione ha convinto maggiormente: non nel rendere “romantico” Mozart, ma nel mostrare quanto la sua modernità possa nascere dalla tensione interna della forma classica stessa.
La lettura dell’Adagio in si minore K. 540 ha spostato il baricentro ancora più a una sedimentazione interna del suono. Sinadin ha adottato un tempo ampio, ma non immobile, in modo che le frasi potessero respirare con una naturalezza che evitasse sia l’eloquenza funebre sia l’astrazione. Il suono ha conservato corpo anche nei pianissimi, e l’uso della risonanza è stato calibrato in modo da sostenere le armonie senza impastarle. Ne è risultata una pagina di intensa concentrazione, nella quale ogni modulazione sembrava modificare la temperatura emotiva del discorso. Un aspetto che ho particolarmente apprezzato è che la malinconia non è stata dichiarata fin da subito in modo “programmatico”, ma si è formata progressivamente, quasi per sedimentazione, per l’appunto. In questo senso, l’Adagio appare come il vero punto di sospensione del programma, il luogo in cui il contrasto fra gleam e gloom smette di essere opposizione e diventa magicamente ambiguità: d’altronde, la dimensione contemplativa dell’opera è centrale nella sua stessa concezione programmatica.

Da parte sua, il Rondò in la minore K. 511 ha portato tale ambiguità a una forma ancora diversa. Sinadin ne ha colto bene il carattere di danza trattenuta, quel passo elegante che sembra continuamente velato da un pensiero ulteriore. Il tema ricorrente non è mai stato identico a se stesso: ha cambiato peso, prospettiva, intensità, mentre gli episodi sono stati integrati in un arco continuo senza perdere la loro specificità. Particolarmente efficace è stata la capacità di mantenere il moto ritmico anche nei passaggi più introspettivi. Non dobbiamo dimenticare, a tale proposito, che il rischio, in questo Rondò, è di trasformare la malinconia in languore; ebbene, Sinadin lo ha evitato con un controllo costante della pulsazione e con un fraseggio che è restato lucido anche quando l’armonia si faceva più inquieta. È precisamente questa compresenza di rigore strutturale e intensità espressiva a fare del K. 511 uno dei vertici del programma.
Non nascondo che, quando ho letto prima di ascoltare il disco della scelta dello Yahama CFX da parte del pianista serbo, ho avuto un moto di stupore per via delle peculiarità dello strumento a fronte di quelle delle pagine mozartiane scelte. Moto che si è dissolto quando mi sono reso conto che il pianoforte in questione è stato sfruttato soprattutto per la chiarezza degli attacchi e per la possibilità di graduare con precisione i diversi piani sonori. Insomma, non c’è stata ricerca di una patina “storica”, né il tentativo di imitare artificiosamente il fortepiano; al contrario, Sinadin ha consapevolmente concettualizzato il valore timbrico e dinamico del pianoforte moderno, cercando però di disciplinarne la potenza attraverso un controllo severo del peso e della risonanza.
Nel complesso, questo progetto discografico della Da Vinci Classics ha evitato due equivoci frequenti nell’interpretazione mozartiana: da una parte il culto di una perfezione apollinea che finisce per sterilizzare il discorso, dall’altra la tentazione di caricare ogni zona oscura di significati pre-romantici, che c’entrano come i cavoli a merenda. Sinadin, invece, ha percorso una via più sottile. La sua lettura è pensata, analitica, talvolta persino austera, ma non fredda; soprattutto, possiede una coerente idea di Mozart come autore degli opposti, capace di far convivere nella stessa frase il sorriso e l’incrinatura, il gioco e il presagio. Ed è proprio quando queste polarità hanno cessato di apparire come contrari e si sono rivelati aspetti di un’unica coscienza musicale che il disco ha trovato e manifestato la sua ragione più profonda. Ne è derivato un Mozart lontano tanto dalla porcellana settecentesca quanto dall’anticipazione del Romanticismo: un autore più enigmatico, nel quale la perfezione formale non attenua l’inquietudine, ma le offre il luogo esatto in cui manifestarsi. È questa tensione, mantenuta senza compiacimenti, a rendere l’ascolto non soltanto elegante, ma problematico nel senso migliore del termine. Per concludere, se si vuole avere un’ulteriore prova di come si possa visualizzare questa problematicità del gleam and gloom consiglio di osservare con attenzione la cover del CD, che mostra un dipinto dello stesso artista e docente serbo, seguendo il ritmo delle pennellate e i colori che ne derivano.

Sinadin, oltre a dimostrarsi artista sensibile e attento nell’affrontare pagine così impegnative e colme di trappole, è stato altrettanto capace nell’aspetto tecnico della presa del suono, che è stata effettuata in una sede privata non specificata. La dinamica è molto buona, in quanto dona chiarezza, naturalezza ed energia senza immettere colori artefatti e artificiosi (evidenziando, in tal senso, la bontà del suono del pianoforte). Il palcoscenico sonoro ricostruisce lo strumento al centro dei diffusori con una discreta profondità che non compromette l’irradiarsi del suono in altezza e in ampiezza. E se l’equilibrio tonale non mostra pecche, ma permette, grazie a una netta distinzione tra il registro acuto e quello medio-grave, di cogliere perfettamente la percezione fisica-sonora della luce e dell’ombra, il dettaglio è più che sufficientemente materico nel tratteggiare la tridimensionalità del pianoforte e la sua tattilità.
Andrea Bedetti
Wolfgang Amadeus Mozart – Gleam and Gloom. Music of Opposing Characters
Sinadin (pianoforte)
CD Da Vinci Classics C01202
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4,5/5
