Devo ammettere che quando mi è stato sottoposto questo progetto discografico da parte della Da Vinci Classics, il mio primo moto è stato di sorpresa, non tanto per la musica in sé, brani pianistici eseguiti dalla brava (e qui mi espongo subito) pianista olgiatese Fiammetta Corvi, quanto dal contesto culturale dal quale ha preso spunto tale progetto (ossia il cinema d’animazione giapponese di Hayao Miyazaki e quello del regista Takeshi Kitano), che riguarda più precisamente la musica del compositore nipponico Joe Hisaishi, un nome culto in patria proprio per via delle colonne sonore (e non solo) che ha saputo creare nel corso dei decenni.

Tenendo conto che sono ancora un gran curioso (allo stato dell’arte attuale, ritengo che non sia più la bellezza che possa ormai salvare il mondo, ma la curiosità), non mi sono tirato indietro e ho accettato la sfida, anzi, la duplice sfida, in quanto avevo avuto modo di ascoltare questo autore solo proprio grazie al cinema, visto che ha composto soundtracks per l’appunto anche per i film di Takeshi Kitano, e per il fatto che non sono un grande estimatore del cinema d’animazione (che ho evitato persino quando ero bambino), non parliamo poi di quello del Paese del Sol Levante. Allo stesso tempo, però, sono convinto che una recensione, un’analisi musicale non debbano essere fatte sulla conoscenza diretta di ciò che viene analizzato, ma sulla base di un’esperienza, più o meno militante, fatta nel corso del tempo, la quale permette poi di affrontare e di metabolizzare anche campi o ambiti che d’acchito risultino sconosciuti o poco frequentati, come nel caso del compositore in questione. D’altronde, un critico, qualunque sia l’espressione artistica della quale si occupa e dibatte, non è un onnisciente, ma una persona che mette a servizio la propria sensibilità, prima ancora della sua (presunta) competenza, per cercare di capire, in modo poi che possa cercare di far capire anche agli altri. Insomma, il “critico” è solo un anello della catena e non certo un’entità addirittura superiore all’artista, per come l’aveva teorizzata, beffardamente e ostentatamente, il buon Oscar Wilde.

Ora, sarà stato il caso (al quale credo assai poco) o per quanto affermato da Jung attraverso la sua teoria della sincronicità (per la quale sono più propenso), qualche tempo fa mi è capitato di vedere, da appassionato di cinema tout court, un documentario in quattro puntate dedicato a Hayao Miyazaki, ossia l’esponente dell’animazione giapponese più conosciuto all’estero, il quale ha dato vita nel 1985 al leggendario “Studio Ghibli”, insieme con il collega e mentore Isao Takahata. Grazie a questo documentario, intitolato “Miyazaki: 10 anni di magia” e firmato da Kaku Arakawa, ho avuto modo di scoprire un mondo fatato, un universo parallelo creato da un personaggio visionario e unico nel suo genere. Attraverso di esso, ho capito che il cinema d’animazione in Giappone non è un semplice genere, come lo possiamo intendere in Occidente, ma una sorta di “culto”, non una religione, ma poco ci manca, mediante il quale la millenaria tradizione culturale nipponica si coniuga con le più avanzate tecniche di animazione. D’altra parte, l’ésprit giapponese è unico e a dir poco ammirevole nel saper unire il proprio passato con una continua e incessante innovazione.
Un aspetto interessante, partendo da quanto trasmette e fa comprendere il suddetto documentario, è quello che riguarda proprio la musica che viene appositamente composta per “accompagnare” il cinema d’animazione in Giappone. Se ho impiegato il virgolettato nel verbo in questione, è perché in realtà, come si può evincere leggendo le note di accompagnamento al disco, nella cultura di massa nipponica animazione e musica sono due entità ben distinte che vanno a unirsi, per dare vita a un risultato artistico che le pone alla medesima altezza, e con la stessa intensità comunicativa. Quindi, la musica non risulta essere subalterna alla narrazione animata, per cui non si può parlare di mero accompagnamento, come invece accade nella tradizione occidentale, nella quale il cartoon, come nel caso delle produzioni della Walt Disney, tanto per fare un classico esempio, vede la componente musicale come un vero e proprio soundtrack (per ulteriori approfondimenti, consiglio al lettore interessato di leggere il denso booklet presente nel disco).

Venendo così a Joe Hisaishi e alla sua produzione musicale, ci imbattiamo in un musicista che ha portato, ma non solo in questo genere, il suono da abbinare all’animazione ad assoluti vertici artistici, come per l’appunto si appura anche guardando il documentario di Kaku Arakawa. D’altronde, il nome e una parte dell’opera di Hisaishi sono legati proprio a quelli di Hayao Miyazaki; allo stesso tempo, però, non bisogna sottovalutare il fatto che Joe Hisaishi, il cui vero nome è Mamoru Fujisawa, si muove su diversi versanti, dalla musica colta all’attività di direttore orchestrale, passando attraverso la collaborazione con un altro maestro del cinema nipponico, ossia Takeshi Kitano (la cui concezione cinematografica è lontana da quella di Miyazaki, così come il sistema solare dista dalla costellazione di Orione), come ho già avuto modo di accennare sopra, oltre ad essere anche un apprezzato pianista.
E qui arriviamo alla registrazione della Da Vinci Classics e ai brani scelti da Fiammetta Corvi; la pianista ha voluto includere nella tracklist, come d’altra parte riporta il sottotitolo del CD, sia temi tratti dai soundtracks del compositore nipponico e arrangiati per pianoforte, sia brani arrangiati ad hoc per questo stesso strumento, per un totale di ventidue pezzi, con un netto predominio numerico a favore della musica cinematografica. Al di là dello Hisaishi votato alla musica per il cinema, ero curioso di ascoltarlo attraverso i brani inseriti nel disco e da lui composti non per la settima arte, vale a dire Oriental Wind, Silence e per The Departure e Asian Dream Song, questi ultimi due spesso eseguiti a livello di dittico. Li ho ascoltati per poi passare, subito dopo, all’ascolto di altri pezzi dedicati invece al cinema d’animazione di Miyazaki e alle pellicole di Takeshi Kitano.

Di quest’ultimo, non poteva mancare l’apporto musicale di uno dei suoi film più belli, ossia Hana-bi. Fiori di fuoco, con il quale si è aggiudicato il Leone d’oro alla 54° edizione della Mostra internazionale del cinema a Venezia, una pellicola che mette in luce la caratteristica più marcata del cineasta nipponico, quella di saper alternare, anche repentinamente, frangenti di estrema violenza e quelli di estrema dolcezza, mentre l’altro brano è un tema confezionato per il film L’estate di Kikujiro, presentato alla 52° edizione del Festival di Cannes (con entrambi i brani che sono stati arrangiati per il pianoforte da Yuji Matsuyama). Passando, invece, al cinema d’animazione, la mia attenzione si è focalizzata naturalmente prima di tutto sugli ultimi due brani della tracklist, dedicati al film di animazione di Miyazaki Nausicaä della Valle del vento, risalente al 1984 e che rappresenta la prima collaborazione tra il regista e fumettista e il nostro musicista. Inizio da questi ultimi due brani, che portano rispettivamente i titoli di Opening e Nausicaä Requiem; mi ha colpito molto, per ovvi motivi legati anche al cinema, il secondo e la citazione iniziale, che riprende fedelmente le prime note della celeberrima Sarabande di Händel e che, tenuto conto del titolo dato, mi ha fatto tornare subito alla mente la struggente scena del funerale del figlioletto di Barry Lyndon, morto per essere caduto dal cavallo che il padre gli aveva fatto dono, nell’omonimo capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick. Hisaishi, dopo la citazione, prende la cellula motivica e la trasforma, la altera, la decompone e la ricompone applicandola alle tematiche del cartoon tratto dall’omonimo manga, rendendola più prossima, per via di una sottile verve ironica, all’altrettanto celebre Marche funèbre d’une marionnette di Gounod.

Anche i due pezzi destinati alle pellicole di Kitano, pur nell’essenzialità imposta dall’arrangiamento per pianoforte, mi hanno convinto di un fatto, vale a dire che la musica di Hisaishi, almeno per quello che ho ascoltato, risulta essere più incisiva ed efficace quando ha uno scopo dichiarato, cioè quando viene applicata a un contesto extramusicale, come per l’appunto avviene con il supporto artistico cinematografico. Questo perché i brani “extra cinematografici” mostrano un autore che indubbiamente sa dominare e plasmare il linguaggio musicale ma che, come nel caso dei nostrani Allevi ed Einaudi, punta ad evocare, a proiettare, a “far immaginare” l’ascoltatore tramite dosi melodiche che porterebbero a stati diabetici per via di una zuccherosità che a tratti viene solo parzialmente alterata da mutamenti timbrici più “scuri”. Questa convinzione si è ulteriormente rafforzata ascoltando gli altri brani presenti nella tracklist, confrontandoli con la sinossi dei cartoons per i quali erano stati concepiti; si ha quasi l’impressione (osata affermare da un non addetto ai lavori nel genere in questione) che la simbiosi tra immagine e suono sia talmente radicata al punto da farli trasformare in due gemelli siamesi, i quali vivono solo l’uno in funzione dell’altro.
Credo che tale simbiosi possa essere identificata e applicata anche tra la musica del nostro autore (almeno nella sua visione pianistica) e Fiammetta Corvi, ossia l’interprete della registrazione. Per quale motivo parlo di simbiosi? Per il semplice fatto che la musica di Joe Hisaishi non impone da parte del suo esecutore solo una debita preparazione tecnica e una capacità espressiva per poter evidenziare le sue peculiarità che, torno a ripeterlo, trovo maggiormente convincenti nel côté connaturato con la settima arte, ma deve a mio modo di vedere possedere un’altra qualità, ossia una sorta di “candore”, di innocenza da poter traslare sul piano sonoro. E ciò, si badi bene, non riguarda solo la musica confezionata per le pellicole d’animazione di Hayao Miyazaki, vale a dire per un genere che può abbinarsi idealmente a questa “purezza” d’intenti che poi si riflette nei soundtracks che vanno ad illustrare sonoramente lo svolgersi narrativo ed emotivo del film, ma anche per quelle dello stesso Kitano, in cui il connotato della violenza, dell’alterazione psichica che coinvolge personaggi e situazioni, non mancano di certo. Ma chi conosce le pellicole di questo cineasta, sa perfettamente che dietro la disperazione, l’alienazione, l’esplosione iraconda che irrompe nel suo modo di fare i film, si cela la necessità di un’innocenza, di un candore, di una pulizia che rappresentano altrettante mete sempre più lontane e distorte tra le pieghe della società contemporanea.

Da ciò, la musica di questo compositore, soprattutto nella sua applicazione pianistica, richiede all’interprete un modo di essere “fanciullino” che va quasi a lambire quello di pascoliana memoria, una capacità di rendere oltremodo “trasparente” un suono che ha i suoi respiri, i suoi silenzi, il loro rapportarsi, creando una sorta di rifugio, di bolla autoreferenziale nei quali trovare rifugio, se non speranza. E, indubbiamente, tornando a Fiammetta Corvi, che si mostra nelle sue foto, sempre in compagnia di cani e di gatti (ed io che sono un animalista convinto, comprendo che cosa significhi ciò), nella lettura di questi brani di candore ne ha riversato tanto, tantissimo, facendo scintillare un pianismo capace di spiegare con i suoni lo svolgersi dei piani narrativi proposti.
Ripongo molta attenzione a questo “candore”, proprio perché in virtù di esso si può esprimere meglio questa trasparenza che viene irradiata dalla musica del compositore nipponico, musica che, sia ben chiaro, non è emanatrice di una profondità intellettuale o di un’estetica trascendente, ma capace di rappresentare un “elemento lenitivo” oltre che esplicativo nella sua funzione in ragione del cinema al quale viene applicato. Ecco perché Fiammetta Corvi, con questa registrazione, ha dimostrato di essere pienamente compatibile e adatta con quanto richiesto dalla musica di Hisaishi. È come se il pianismo dell’artista olgiatese fosse la porta d’ingresso per entrare nel modo di vedere la vita attraverso i suoni del compositore nipponico, il quale, tanto per restare nella sfera delle allegorie architettoniche, a sua volta, con la sua musica, è un balcone dal quale affacciarsi per scoprire nuovi mondi e nuove prospettive.
Nulla da eccepire nella presa del suono effettuata da Paolo Guerini, che denota una dinamica assai pulita e naturale, rafforzata da una sufficiente velocità. Il palcoscenico sonoro ricostruisce il pianoforte al centro dello spazio acustico, con lo strumento un po’ ravvicinato rispetto l’ascoltatore, ma senza che possa risultare innaturale. L’equilibrio tonale si mostra senza sbavature nella riproposizione dei registri, sempre riconoscibili e scontornati, così come il dettaglio è contrassegnato da una piacevole matericità.
Andrea Bedetti
Joe Hisaishi – Piano Collection. Soundtracks and Original Works
Fiammetta Corvi (pianoforte)
CD Da Vinci Classics C01167
Giudizio artistico 4/5
Giudizio tecnico 4/5
