Disco del mese di Maggio 2026 

Ci sono dei progetti musicali e discografici davanti ai quali ci si chiede per quale motivo vengano fatti, non in ragione di un loro difetto o di una loro manchevolezza ma, al contrario, perché rappresentano degli autentici tesori artistici ed etici che vengono offerti a un mondo che ormai non è più in grado di riceverli e apprezzarli, perché questo è ormai un mondo votato alla perdizione, all’ignoranza, all’indifferenza e alla malvagità. Si ha un bel dire nell’affermare che «La bellezza salverà il mondo», perché senza un mondo capace di comprendere e di assimilare, la bellezza resta confinata in un ambito puramente inespressivo, cassata, castrata da ogni modello di proiezione fecondo e nutriente.

Non so, forse sarà l’età, forse l’incapacità di accettare questa rappresentazione mondana, per dirla con Schopenhauer, che di fronte a ciò che può aiutare, lenire, confortare, si volta dall’altra parte e gioca a fare l’indifferente, ma è indubbio che davanti all’ultimo lavoro discografico, pubblicato dalla Da Vinci Classics, in cui Giovanni Acciai, con i componenti della Nova Ars Cantandi, ha presentato in prima assoluta mondiale delle pagine di musica sacra di Antonio Domenico Nola, si resta smarriti, desolatamente rattristati, poiché la profondità, l’assoluta bellezza espressiva e formale di queste composizioni rischiano di essere, tranne che per qualche lumicino che resta ancora acceso nell’ormai stradominante oceano delle tenebre, come recita il replicante Roy Batty nella scena finale di Blade Runner, «momenti che andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia».

La cover del CD Da Vinci Classics dedicato ai Motetti natalizi di Antonio Domenico Nola.

Eppure, posto davanti a questo sconforto, mentre mi aggiro tra le rovine di ciò che resta della grande tradizione dell’arte e della cultura occidentali, non posso fare a meno di ammettere di essere dopotutto un fortunato, un privilegiato, un ente che, sospeso in una sua dimensione temporale e spaziale, riesce a percepire, ad essere irradiato e tonificato da balsami che ancora riescono ad essere creati e dispensati per quei pochi, pochissimi emuli di Zarathustra che calcano e lasciano orme destinate, però, ad essere calpestate e cancellate. Sì, perché chi ha la possibilità di ascoltare un disco come quello di cui mi accingo a scrivere, ossia i Motetti Pastorali per la solennità del Santo Natale a quattro voci e continuo di Nola, esponente semisconosciuto della grande e prolifica Scuola napoletana del Seicento, non può che definirsi fortunato, sempre ammesso che faccia parte di quella sparuta colonia di privilegiati in grado ancora di recepire la magia della bellezza trasformata in suono.

Artefice, ancora una volta, di questa mirabile opera di recupero e di valorizzazione di un patrimonio inestimabile che rischia di finire minacciosamente nel dimenticatoio della storia e degli uomini, è stato Giovanni Acciai, il quale, da accanito e lucido studioso a livello mondiale (è, tra l’altro, docente emerito di paleografia musicale al Conservatorio di Milano), è riuscito a scovare nell’archivio musicale della Congregazione dell’Oratorio dei Girolamini di Napoli questi motetti, per poi trascriverli, studiarli, analizzarli e, infine, con la sensibilità e la bravura delle quattro voci dei componenti della Nova Ars Cantandi e dell’organista Ivana Valotti al basso continuo, fissarli su disco.

Messi da parte sia lo sconforto generale, sia l’illuminazione particolare, è bene spiegare prima di tutto la figura di Antonio Domenico Nola o, quantomeno, fissare le poche coordinate biografiche di cui siamo a disposizione, una pochezza che ha confinato a tutt’oggi questo compositore nel limbo della semioscurità. Di certo sappiamo solo la data di nascita, il 1642, e il luogo, Nola, per l’appunto, e i nomi dei suoi genitori, Tommaso Nola e Laura Rossi. Allo stesso modo, come spiega lo stesso Giovanni Acciai nelle sue dettagliate note di accompagnamento al CD, nulla sappiamo della sua formazione musicale, se non che fu allievo di un altro grande esponente della Scuola napoletana, vale a dire Giovanni Salvatore, al Conservatorio della Pietà dei Turchini, istituzione nella quale entrò nel 1652. Lì, Antonio Domenico Nola sotto la guida di Salvatore, direttore della scuola dal 1662 al 1673, completò la sua formazione musicale.

La Chiesa dei Girolamini a Napoli.

A questo punto, è bene ricordare la fondamentale funzione della musica sacra a Napoli nel corso del XVII secolo, una funzione che non aveva solo uno scopo di ambito religioso, ma anche e soprattutto sociale. A quell’epoca, la città partenopea, oltre alla venerazione della Vergine Maria e dei sette santi patroni, vedeva la presenza di un gran numero di chiese, grandi e piccole, e di istituzioni religiose, tutte dotate di una cappella musicale o di un organista, la cui funzione sconfinava anche in quella di direttore del coro, per poter garantire un servizio religioso in cui non mancava mai l’apporto della musica, quasi esclusivamente vocale. Tale mole di edifici sacri e religiosi necessitava, quindi, di un numero non indifferente di brani sacri da poter soddisfare le necessità date dai riti ordinari e straordinari, nonché dalle feste dei santi patroni e dai momenti più solenni del calendario liturgico. Ma, al di là della sacralità e del momento squisitamente cultuale, dev’essere chiaro il fatto che la musica a Napoli nel corso del XVII e del XVIII secolo ha rappresentato soprattutto un collante capace di coinvolgere le varie classi sociali, di rappresentare un elemento veicolante attraverso il quale trasmettere storie e messaggi, anche se la dimensione semantica, data dall’uso della lingua latina, escludeva di fatto gli strati sociali più ignoranti dal poter comprendere il significato dei testi utilizzati.

Quindi, il giovane e promettente Antonio Domenico Nola, una volta uscito dal conservatorio, non ebbe difficoltà a trovare un’occupazione, tra l’altro di prestigio, visto che nel 1670 fu nominato organista del Duomo di Napoli. Ma ciò che è più importante è che Nola, sempre a partire dallo stesso anno, prese regolarmente servizio presso l’Oratorio dei Girolamini di San Filippo Neri. A Napoli, il complesso di San Filippo Neri, che comprendeva una chiesa e un convento, nacque nel 1586, quando si insediarono in città i religiosi seguaci del santo toscano, conosciuti con il nome di Girolamini in quanto presso la chiesa di San Girolamo della Carità di Roma era stato fondato il primo “oratorio”. In brevissimo tempo, questa congregazione divenne non solo una delle più importanti e influenti congregazioni della città partenopea, ma anche uno dei principali sbocchi per le commissioni di musica sacra, così richieste all’epoca.

Nel corso del suo scritto introduttivo, Giovanni Acciai spiega anche i motivi che lo spingono a sostenere che il nostro compositore, proprio grazie alla frequentazione dell’ambiente filippino, abbia deciso di diventare sacerdote e figura attiva nella Congregazione dell’Oratorio, anche se a tutt’oggi vengono a mancare quei documenti che possano attestare l’ordinazione sacerdotale. Nel corso della sua opera a favore della congregazione filippina, durata più di tre decenni (a partire dal 1701 non si hanno più notizie che lo riguardano), Nola, e il fatto che sia ancora oggi quasi del tutto sconosciuto dovrebbe far riflettere, compose un numero elevatissimo di pagine musicali, se si tiene conto, come puntualizza Acciai, che già seicento suoi titoli sono stati catalogati fino ad oggi, oltre a dare vita, nel 1674, a una nutritissima Raccolta di composizioni per l’esercizio della chiesa dei Filippini: messe, mottetti, salmi, inni, ecc., ecc., con alcune altre opere legate ad autori del XVI e XVII secolo […]. Complessivamente, questa raccolta contava qualcosa come quarantasei volumi, molti dei quali sono andati purtroppo perduti o non ancora valutati con la dovuta attenzione. All’interno di questo corpus, la festività del Natale ebbe un’importanza e una preminenza a dir poco assolute, tali da far convogliare una parte più che considerevole di creazioni musicali dedicate proprio a questa celebrazione religiosa. Ed è qui che si innesta il lavoro discografico in questione, dato che riguarda i Motetti pastorali per la solennità del Santo Natale, per quattro voci (ossia Cantus, Altus, Tenor e Bassus) e basso continuo, una raccolta che Giovanni Acciai, da appassionato e instancabile ricercatore, ha scovato per l’appunto nell’archivio musicale della Congregazione dell’Oratorio dei Girolamini di Napoli.

La biblioteca della Congregazione dell'Oratorio dei Girolamini di Napoli.

Questa raccolta è composta da quaranta brani, divisi in sette parti e musicati su testi latini tratti principalmente dalla Bibbia, dal Vangelo di San Luca e dalla liturgia natalizia, ma anche da un poeta anonimo, che Acciai ipotizza sia lo stesso Don Antonio Nola. A queste sette parti, dedicate al Natale, si aggiunge, alla fine della registrazione, anche un’ottava parte, formata da quattro brani, dedicata agli eventi legati all’Epifania. Al di là della presenza del basso continuo a livello strumentale, con Ivana Valotti all’organo, la sostanza e l’essenza stesse di questo capolavoro sono radicate nel verbo, nella parola, nella potenza semantica che si coniuga all’indispensabile espressività, in modo da dare continuamente vita a un’adeguata trama drammatica. Ecco la prima osservazione importante, quella che riguarda proprio la dimensione drammatica. Perché questa drammaticità, al di là del fatto che ci troviamo di fronte a un’opera strutturata nella forma di un oratorio latino, era richiesta all’epoca per via di precise istanze di ambito culturale e sociale. In una città come Napoli, nella seconda metà del Seicento, dove la maggior parte della popolazione, soprattutto quella di estrazione più umile, era del tutto analfabeta o quasi, la comprensione del latino usato durante le funzioni religiose era riservato solo alle persone più istruite, appartenenti alla nobiltà e al clero, mentre gli altri fedeli che prendevano parte ai riti ecclesiastici, non essendo in grado di comprendere il significato delle parole, poteva seguire l’andamento dei brani musicali solo attraverso la potenza timbrica espressa dalle parole stesse, tale da costituire una sorta di filo nel quale scorreva l’impulso “elettrico” fornito dalla drammaticità manifestata da una trama per molti misteriosa, incomprensibile, ma allo stesso tempo affascinante. Certo, chi non sapeva il latino e perfino l’italiano, comunicando gli uni con gli altri solo attraverso l’ausilio del dialetto partenopeo, poteva fare anche affidamento sui cicli pittorici che abbellivano e affrescavano le chiese dell’epoca, cicli che potevano fare anche da canovaccio, raccontando attraverso le figure, le cose, le linee e i colori ciò che poi la musica stessa avrebbe riversato maestosamente tra le volte.

Quindi, per noi figli di un tempo contemporaneo, del tutti avulsi da tali connotati sociali e antropologici, potrà risultare difficile comprendere come questa espressività, questa drammaticità, le stesse che avvinghiavano l’aristocratico colto e l’artigiano ignorante, seduti uno accanto all’altro, nel corso delle grandi tragedie di Sofocle e di Eschilo all’epoca dell’antica Atene, potessero essere un formidabile collante per far sì che un uditorio, composto da colti e analfabeti, fosse coinvolto in egual modo, imbevuto di un’illuminante catarsi. Se diamo un’occhiata alla playlist del disco in questione, ci rendiamo conto del fatto che dei quarantaquattro brani che compongono la raccolta quello che vanta la maggior durata, il fondamentale Natus est Iesus, supera a malapena i tre minuti; ciò significa che la costruzione di tutta la struttura compositiva si basa su segmenti di brevissima durata, brevità che viene sopperita da un’estrema densità presente sia nei passaggi solistici, veri e propri elementi di raccordo a mo’ di recitativi, sia nei brani formalmente più complessi e articolati a tre o a quattro voci che cantano omoritmicamente o polifonicamente. Questa brevità e questa densità se dovevano risultare efficaci, necessitavano di un’innervatura ritmica che Nola è riuscito sempre mirabilmente a insufflare in modo da creare una perfetta concatenazione narrativa e musicale.

Un altro aspetto da tenere presente, per i motivi precedentemente addotti, è come la musica sacra del tempo, basata quasi esclusivamente sull’apporto del canto potesse risultare significante anche per coloro che non conoscevano il latino; la scelta di Nola, così come degli altri rappresentanti della Scuola napoletana, si basò sulla forza espressiva data fonicamente dalle parole, capaci quindi di trasmettere una pletora di sfumature tali da rappresentare una sorta di “racconto nel racconto” proprio per evidenziare, di volta in volta, la paletta emotiva agganciata in quel determinato passaggio musicale. D’altronde, anche il popolano ignorante, per via di una tradizione orale ancora necessaria quando la piaga dell’analfabetismo era ben lungi dall’essere debellata, conosceva a grandi linee quanto poi veniva raccontato dai testi musicati e con l’aiuto delle sfumature timbriche, in un parallelismo che possiamo accomunare al concetto dell’Affektenlehre, riusciva così a ri-conoscere il già acquisito, potendo le sue orme di semplice e umile ascoltatore ricalcare idealmente quelle più elevate e raffinate della tessitura vocale, al punto da evocare una specie di teatralità implosiva, una rappresentazione gestuale e caratteriale che sorgeva dalla sola forza data dal verbo cantato, unicamente corroborato dall’emissione organistica del basso continuo, soprattutto in quei passaggi in cui imitava il suono delle cornamuse dei pastori.    

Un simile cocktail di proprietà espressive, sia ben chiaro, poteva avvenire solo grazie a compositori in grado di plasmare la materia contrappuntistica con somma maestria, come dimostra per l’appunto Antonio Domenico Nola, la cui grandezza appare ancora più sorprendente a fronte del quasi totale anonimato in cui il suo nome e la sua opera hanno versato per secoli dopo la sua morte, della quale non conosciamo nemmeno l’anno. Fa bene Acciai, nelle sue note di accompagnamento, a mettere in risalto la capacità del nostro compositore di saper distribuire le parti dei suoi Motetti all’interno della struttura polifonica in modo da esaltare gli specifici ruoli timbrici assegnati alle singole voci con il risultato di rendere sempre omogenea e chiara la linea melodica che sorprende per via della sua eleganza e della sua incisività. Un’eleganza e un’incisività che, però, non erano semplici richiami mondani, visto che Antonio Domenico Nola vergava ogni nota in nome di un mistero divino al quale dedicava i suoi sforzi creativi, al punto che su ogni partitura sacra giunta fino a noi appare scritta un’espressione che sembra di fatto emulare involontariamente quanto fatto dal sommo Kantor nei suoi manoscritti e che recita testualmente ad majorem Dei gloriam (“per la maggior gloria di Dio”).

I protagonisti di questa registrazione, con i componenti della Nova Ars Cantandi, Ivana Valotti e, a destra, Giovanni Acciai.

Ancora una volta, con questa straordinaria registrazione, frutto di appassionata ricerca e meticolosa ricostruzione musicologica, Giovanni Acciai, confortato dall’ineccepibile caratura artistica di Ivana Valotti e della Nova Ars Cantandi (semplicemente doveroso ricordare i nomi di chi vi fa parte: Alessandro Carmignani, cantus; Enrico Torre, altus; Gianluca Ferrarini, tenor; Marcello Vergetto, bassus), dimostra di meritare l’appellativo di “reincarnatore”, nel senso che la sua dottrina di studioso e la sua capacità interpretativa riescono a riportare in vita non solo musicisti e partiture perduti, ma soprattutto la dimensione del loro animus, il cuore pulsante di espressioni artistiche e spirituali che la spietata legge del tempo, unitamente al contributo di uomini poco o punto sensibili e consci, rischiavano di cancellare per sempre. E che dire degli altri interpreti? Se Ivana Valotti al basso continuo è un esemplare sismografo timbrico, capace di instillare e fecondare le basi emotive sulle quali poi le voci vanno a intervenire, i quattro membri dell’ensemble ormai vantano proprietà tecniche ed espressive che devono essere prese come termine di paragone anche in ambito internazionale (una particolare nota di merito dev’essere ascritta ad Alessandro Carmignani, visto che la sua parte di cantus lo obbliga a veleggiare soventemente sul terribile e accidentato registro sovracuto). Così, contrariamente a quanto ha affermato il replicante Batty nel capolavoro cinematografico di Ridley Scott, grazie al loro straordinario lavoro e, nello specifico, a questa registrazione, si può tranquillamente affermare che «questi momenti [musicali] non andranno perduti nel tempo».

Disco del mese di maggio di MusicVoice, senza se e senza ma.

La presa del suono, come quasi sempre accade per questo tipo di registrazioni curate da Giovanni Acciai, avvenuta nella magnifica Basilica Palatina di Santa Barbara a Mantova, è merito di Jean-Marie Quint. Ancora una volta, il lavoro, anche da un punto di vista tecnico, è di primissimo livello. Sebbene la dinamica non sia esplosiva, risulta essere invece perfettamente equilibrata tra velocità dei transienti e naturalezza dell’emissione canora e organistica. Grande rilievo è stato dato al parametro del palcoscenico sonoro, in quanto le quattro voci e l’organo, quest’ultimo posto lateralmente, sono perfettamente inserite nello spazio acustico a una debita profondità, in modo da poter ricostruire sonoramente anche l’ambiente in cui si trovano, dando modo al suono di propagarsi in ampiezza e in altezza senza perdere mai la focalizzazione. E se l’equilibrio tonale non mostra pecche di sorta, contrassegnato da una pulizia assoluta che scolpisce le quattro voci e i loro registri, il dettaglio è a dir poco materico, con una proiezione debitamente tridimensionale di tutti gli interpreti.

Andrea Bedetti

 

Antonio Domenico Nola - Motetti Pastorali per la solennità del Santo Natale a quattro voci e continuo

Nova Ars Cantandi – Ivana Valotti (organo) – Giovanni Acciai (direzione)

CD Da Vinci Classics C01175

Giudizio artistico 5/5
Giudizio tecnico 5/5