C’è un filo che lega la voce del sassofono a un destino di frontiera, sospeso fra la nobiltà del canto e l’urgenza del ritmo. Non è un caso che lo strumento inventato da Adolphe Sax negli anni Quaranta dell’Ottocento sia nato proprio come ibrido di mediazione - fra i legni e gli ottoni, fra la banda militare e la sala da concerto - e che questa vocazione doppia ne abbia segnato l’intera parabola storica, dal salotto romantico fino al jazz e oltre. Ed è proprio questo doppio registro a costruire l’ossatura di Nuances - Saxophone Music from Salon to City, pubblicato recentemente dalla Da Vinci Classics, il nuovo disco firmato da Daniele Berdini al sassofono e da Luca Romagnoli al pianoforte, duo che dal 2020 dedica buona parte della propria attività concertistica all’esplorazione del repertorio originale per questa formazione. Il programma, con pagine di Jules Demersseman, Paul Hindemith, Ida Gotkovsky, Erwin Schulhoff e George Gershwin, non segue l’ordine cronologico di composizione, ma si lascia leggere più efficacemente come un dittico: da un lato l’eredità del salotto ottocentesco e la sua eco cantabile, dall’altro l'inquietudine urbana e contrappuntistica del Novecento mitteleuropeo, con la sponda francese di fine secolo a fare efficacemente da cerniera fra i due mondi. È una chiave di lettura che il titolo stesso del disco suggerisce, e che i due interpreti sembrano aver fatto propria fin dalla scelta del programma, prima ancora che nell’esecuzione.

La cover del CD Da Vinci Classics con brani per sax e pianoforte.

Ad aprire idealmente questo versante è la Fantaisie sur un thème original di Jules Demersseman, flautista e fra i primissimi compositori a intuire le potenzialità del neonato strumento di Adolphe Sax. Il pezzo, un tema con variazioni preceduto da un’introduzione pianistica di forte impatto scenico, restituisce un sassofono ancora giovane ma già capace di duttilità di fraseggio, agilità e un respiro quasi improvvisativo nella cadenza. È musica pensata per sedurre un pubblico da concerto privato, e come tale chiede all’interprete eleganza di tocco più che spinta drammatica.

Il compositore e flautista francese Jules Demersseman.

Su una sponda cronologicamente lontanissima, ma affine per temperamento, si collocano i Three Preludes di George Gershwin, le uniche pagine pianistiche concertistiche pubblicate in vita dal compositore e qui trascritte per il duo. Nati per la tastiera sola - parte di un più ampio ciclo di preludi americani che Gershwin aveva immaginato e poi in gran parte abbandonato - rivelano nella veste con il sassofono una vocazione vocale quasi implicita: il primo vive di sincopi mordenti e di un tema segnato dal blues, il secondo si distende in una ninna-nanna notturna e interiore, il terzo lascia affiorare quella componente ispano-americana che innerva tanta musica fra Broadway, Harlem e i ritmi latini d’importazione. È musica che, pur nata lontano dal salotto europeo, ne condivide la vocazione teatrale e l’attitudine a farsi immediatamente comunicativa presso il pubblico. Nell’esecuzione del duo, questi brani confermano una capacità che attraversa l’intero disco: passare con naturalezza - quasi con nonchalance, verrebbe da dire - dalla piacevolezza salottiera di Demersseman a climi espressivi affatto diversi, senza soluzione di continuità stilistica e senza che il cambio di registro risulti mai posticcio o forzato.

Paul Hindemith.

Il versante opposto del programma si apre con la Sonata di Paul Hindemith, pagina appartenente al grande ciclo di sonate per strumenti a fiato e pianoforte degli anni dell’esilio americano del compositore tedesco, concepita in origine per l’Althorn - il corno tenore in mi bemolle usato nelle bande tedesche - e qui restituita al sassofono contralto con piena legittimità timbrica, nella medesima regione vocale e nello stesso spirito di ricerca di un profilo morale proprio per ogni strumento che caratterizza l’intero ciclo hindemithiano. È musica che chiede rigore costruttivo prima ancora che effetto: un primo tempo pensoso, quasi pastorale, attraversato da un contrappunto irregolare che ne incrina la calma apparente; un secondo tempo dal nervosismo più serrato; un Sehr langsam che concentra il canto in uno spazio breve e interiore, quasi in sospensione, prima dello slancio energico e ritmicamente più deciso del finale Lebhaft. Berdini e Romagnoli restituiscono con efficacia proprio quella dimensione elaborativa, contrappuntistica, in cui il dialogo fra i due strumenti si fa serrato e i piani si intrecciano senza mai sovrapporsi, mantenendo intatta l’austerità della scrittura pur senza rinunciare a un colore più umano, quasi vocale, che lo strumento a fiato porta con sé rispetto all’originale destinazione bandistica.

Se Hindemith rappresenta il polo della disciplina, Ida Gotkovsky - allieva di Messiaen e della leggendaria Nadia Boulanger al Conservatoire di Parigi - porta il discorso verso uno sfrenato virtuosismo pirotecnico. Brillance, opera in quattro tempi, passa dall’ampio arco improvvisativo del Déclamé allo scherzo quasi coreografico di Desinvolte, dalla tenerezza raccolta di Dolcissimo al moto perpetuo del Final: un banco di prova tecnico non indifferente, che il duo affronta con sicurezza, senza che la scrittura virtuosistica scada mai in mero sfoggio.

Erwin Schulhoff.

Ma è nella Hot Sonate di Erwin Schulhoff che, a mio giudizio, il disco tocca il suo apice esecutivo. Commissionata dalla radio berlinese e intrisa fin dal titolo del lessico jazzistico dell’epoca – rappresentato da quell’hot che designava un modo acceso, nervoso, vibrante di abitare il ritmo - la Sonata attraversa quattro tempi dal profilo teatrale netto: armonie speziate e sincopi flessuose in apertura, un secondo tempo rapido e scattante, un blues deformato e grottesco nel terzo, una vitalità fra cabaret e macchina moderna nel finale. È qui che espressività, rigore tecnico e fraseggio ricco di sfumature timbriche si combinano in un banco di prova che il duo supera con piena convinzione: il dialogo fra sax e pianoforte raggiunge un livello in cui nessuno dei due strumenti sovrasta l’altro, mentre attacchi e tempi restano sempre calibrati sull’andamento beffardo e modernista della scrittura schulhoffiana.

Al di là dei singoli brani, il disco convince per un dato trasversale: la capacità dei due interpreti di rendere omogeneo il timbro del sassofono con quello del pianoforte, mantenendo però entrambi sempre ben distinguibili - un equilibrio tutt’altro che scontato, specie nei passaggi di maggiore densità contrappuntistica o di virtuosismo spinto. Ascoltato nella sua interezza, Nuances funziona proprio perché rifiuta la linearità cronologica a favore di un confronto fra temperamenti: da un lato l’eleganza cantabile del salotto romantico e della sua eco americana, dall’altro l'energia contrappuntistica e ritmica della città novecentesca, con la Francia di Gotkovsky a fare da ponte fra le due anime. A tenere insieme i due poli è proprio la qualità del duo, che non si limita a giustapporre stili distanti ma li attraversa con la stessa disponibilità d’ascolto reciproco, senza mai far prevalere il virtuosismo fine a se stesso sulla coerenza dell’insieme.

Berdini - sassofonista dalla lunga carriera internazionale, protagonista di prime assolute con Salvatore Sciarrino nell’ambito del Lost Cloud Quartet e oggi docente al Conservatorio Umberto Giordano di Foggia - porta a questo repertorio più tradizionale la stessa disciplina d’ascolto maturata nella musica contemporanea, ossia quella capacità di modulare timbro e dinamica che è poi la cifra distintiva dell’intero disco. Romagnoli, pianista più giovane ma già affermato - vincitore del Concorso “Città di Spoleto” e allievo di Andrea Lucchesini alla Scuola di Musica di Fiesole - gli si affianca con un pianismo mai meramente di accompagnamento, capace di farsi motore ritmico quando la scrittura lo richiede e di ritrarsi in trasparenza negli episodi più cantabili. Il risultato è un disco che, muovendosi dal salotto alla città, restituisce al sassofono classico la doppia natura - aristocratica e popolare insieme - che ne ha segnato l’intero percorso novecentesco, e che trova in questa incisione un’interpretazione capace di onorarne entrambe le anime senza sacrificarne nessuna.

A sinistra, il pianista Luca Romagnoli e, a fianco, il sassofonista Daniele Berdini (© Elisa Battilà).

Un merito che va condiviso con la qualità della presa del suono, curata da Francesco Sardella e realizzata nel Teatro Alaleona di Montegiorgio, in provincia di Fermo. La registrazione mostra una dinamica pregevole, veloce ed energica, che restituisce ai due strumenti naturalezza senza colori artefatti. La ricostruzione del palcoscenico sonoro privilegia leggermente il sassofono, collocato in una posizione più avanzata rispetto al pianoforte, con un suono che si irradia in altezza e ampiezza senza sbavature, sempre ben scolpito nello spazio ambientale. Anche l’equilibrio tonale non tradisce le attese: i registri dei due strumenti restano distinti a tutto tondo, senza mai impastarsi neppure nei passaggi più concitati e nei fortissimi. A completare il quadro, il dettaglio è connotato da una dose considerevole di nero che circonda idealmente sax e pianoforte e capace di restituire una gradevole immagine tridimensionale di entrambi.

Andrea Bedetti

 

AA.VV. – Nuances. Saxophone Music from Salon to City

Daniele Berdini (sax) – Luca Romagnoli (pianoforte)

CD Da Vinci Classics C01201

Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5