Nel panorama musicale italiano tra Otto e Novecento, dominato dall’annosa tradizione operistica, il padovano Guido Alberto Fano (1875-1961) occupa una posizione tanto significativa quanto poco conosciuta. Compositore, pianista e didatta, fu allievo di Cesare Pollini e Giuseppe Martucci, che lo considerava il suo prediletto. Bene hanno fatto, dunque, gli elementi dell’Ensemble Mark Rothko e il pianista Massimiliano Ferrati, con la partecipazione del trombettista Andrea Ferrati, a registrare per l’etichetta Brilliant Classics un disco con due sue importanti pagine cameristiche: il Quintetto per pianoforte e archi in do maggiore (1917) e il Quartetto per archi in la minore (1942), due partiture separate da venticinque anni nelle quali si possono osservare continuità e trasformazioni di un linguaggio mai appiattito sui propri modelli.

Per focalizzare meglio il compositore veneto, bisogna tenere presente che nella formazione di Guido Alberto Fano convergono il rigore costruttivo di Brahms, l’espansione armonica wagneriana e, più tardi, suggestioni francesi e inquietudini novecentesche. Non si tratta però di un semplice “catalogo di influenze”: la particolare densità della trama, l’energia delle modulazioni e una ricorrente aspirazione spirituale delineano una personalità autonoma, benché lontana dalle rotture dell’avanguardia dei primi decenni del Ventesimo secolo.
Il Quintetto per pianoforte e archi nasce negli anni difficili della direzione del Conservatorio di Palermo e della Grande Guerra. L’epigrafe che lo introduce, «Mi ridestai all’arte ed alla vita/E fu dolore ancora/Nell’Eterno speranza e luce», ne esplicita la temperatura emotiva, senza tuttavia trasformarlo in una composizione musicale a programma. Nell’Allegro molto moderato la forma sonata ospita un fitto confronto tra pianoforte e archi: i richiami a Martucci e Brahms convivono con una tensione cromatica che movimenta dall’interno il discorso. Lo Scherzo, Vivacissimo, moltiplica figurazioni e scambi contrappuntistici, alternando slancio quasi giocoso e improvvise parentesi liriche. Nell’Adagio, con intimo e profondo sentimento, le parti si intrecciano in una tessitura dalle ambizioni orchestrali, mentre la cantabilità tende alla contemplazione più che all’effusione. Il Finale custodisce il gesto più singolare: sopra la trama degli archi e del pianoforte, una tromba con sordina intona un corale, quasi una voce proveniente da un’altra dimensione. L’effetto, tanto più incisivo perché riservato a questo episodio, suggerisce un accostamento alla Seconda Sinfonia di Honegger, posteriore di oltre vent’anni, ma soprattutto illumina il tratto più originale di Fano: il tentativo di dare forma sonora, senza retorica, a un sentimento di trascendenza.

Il Quartetto per archi del 1942 appartiene a una fase radicalmente diversa. Nel 1938 Fano era stato estromesso dall’insegnamento al Conservatorio di Milano in seguito alle leggi razziali. Non occorre ricondurre ogni nota alla biografia per riconoscere, nei cinque tempi, una scrittura più concentrata e introspettiva. L’Allegro moderato combina meditazione e serrato lavoro imitativo, mentre il Presto, non troppo ne trasforma l’energia in incisività ritmica. Il brevissimo Andante agisce da anticamera all’Elevazione, fuga nata da un soggetto estrapolato dal trattato del compositore e didatta francese André Gédalge: una pagina nella quale la disciplina contrappuntistica acquista un’intensità quasi rituale. L’Allegro vivace finale riporta movimento e nervosismo, senza dissolvere del tutto la tensione meditativa precedente.

L’Ensemble Mark Rothko, formato da Carlo Lazari e Giada Visentin al violino, Benjamin Bernstein alla viola e da Marianna Sinagfra al violoncello, restituisce il rilievo delle diverse voci e la fisionomia delle trame polifoniche, con un’impostazione che privilegia la leggibilità della costruzione. Nel Quintetto il pianoforte di Massimiliano Ferrati partecipa al dialogo senza schiacciare la componente degli archi e l’intervento di Andrea Ferrati alla tromba rende percepibile la discontinuità timbrica voluta dal compositore. La registrazione, realizzata a Crema nell’ottobre 2025, accompagna una proposta discografica che vale soprattutto per ciò che rimette in discussione: l’idea di un Novecento strumentale italiano minore o meramente derivativo. In questo caso specifico, anche se Guido Alberto Fano non fu un rivoluzionario, seppe tuttavia trasformare la tradizione in un terreno personale di inquietudine e ricerca, come dimostrano per l’appunto queste due pagine cameristiche.

La presa del suono, effettuata da Gabriele Zanetti, restituisce degnamente le peculiarità soniche della musica di Fano; la dinamica è sufficientemente energica e veloce, connaturata a un’adeguata naturalezza timbrica. La ricostruzione dello spazio sonoro, per ciò che concerne il parametro del soundstage, permette di cogliere gli interpreti focalizzati a una discreta profondità, senza che il suono risulti compromesso in ampiezza e in altezza. Anche l’equilibrio tonale e il dettaglio non presentano difetti o manchevolezze; se il primo è rispettoso nella distinzione tra registro medio-grave e quello acuto, il secondo presenta una piacevole matericità e una dose di nero che circonda gli strumenti, dando modo di effettuare un ascolto che non è mai faticoso.
Andrea Bedetti
Guido Alberto Fano – String Quartet - Piano Quintet
Ensemble Mark Rothko – Massimiliano Ferrati (pianoforte) – Andrea Ferrati (tromba)
CD Brilliant Classics 97757
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5