Le Sei Suites per violoncello solo costituiscono uno di quei vertici della letteratura musicale che sembrano opporre una naturale resistenza a ogni trascrizione, per il semplice fatto che sorge spontanea la convinzione che la perfezione artistica non dev’essere toccata o scalfita. Eppure, è proprio la storia dell’interpretazione bachiana a insegnare che proprio le opere di più saldo impianto architettonico sanno sopravvivere anche al mutamento del mezzo espressivo, purché lo strumento che subentra a quello originale non pretenda di sostituirlo, ma si limiti, si fa per dire, a offrirne una diversa prospettiva d’ascolto. È questo il principio che sorregge il nuovo progetto del flautista pugliese Andrea Mogavero, dedicato alle Suites BWV 1007, 1009 e 1011 nella trascrizione di Luca Bellini per flauto solo e registrate in un CD pubblicato recentemente dalla Da Vinci Classics.

La cover del CD Da Vinci Classics con la trascrizione per flauto di tre Suites per violoncello di Bach.

Chi è avvezzo alla frequentazione del capolavoro violoncellistico del Kantor, sa perfettamente che la scelta di tale repertorio da parte di Mogavero è già di per sé significativa: la Prima, la Terza e la Quinta Suite delineano un percorso espressivo che conduce dalla luminosa immediatezza della BWV 1007 alla severa introspezione della BWV 1011, passando per l’equilibrio monumentale della BWV 1009. Ciò ci fa comprendere come il progetto eviti quindi qualsiasi intento puramente dimostrativo, preferendo costruire un itinerario coerente, nel quale il flauto è chiamato a misurarsi con alcuni dei problemi più complessi della scrittura bachiana: la polifonia implicita, la tensione armonica affidata a una sola linea melodica, l’equilibrio fra danza e meditazione. La trascrizione effettuata da Luca Bellini si distingue innanzitutto per un pregio, quello di rinunciare a ogni facile virtuosismo. Ergo, non cerca effetti spettacolari né sovrapposizioni artificiose, ma tende a conservare il profilo ritmico e l’andamento del testo originale, lasciando che sia il fraseggio a suggerire la dimensione armonica. Indubbiamente, si tratta di una scelta intelligente, perché evita di trasformare Bach in un esercizio di bravura flautistica e mantiene al centro la logica del discorso musicale.

Su queste basi, Andrea Mogavero ha saputo imbastire un’interpretazione improntata a misura e controllo. Oltre a ciò, in fase di ascolto, non si può fare a meno di constatare e apprezzare la qualità dell’emissione, omogenea lungo tutta l’estensione dello strumento, che sostiene una linea di canto sempre limpida, priva di manierismi e governata da un fraseggio di evidente consapevolezza stilistica. L’articolazione è nitida senza diventare analitica e, allo stesso tempo, il respiro non interrompe il flusso del discorso, ma ne diventa parte integrante, contribuendo a modellare le grandi arcate formali. Particolarmente convincente è risultato il modo in cui l’interprete ha affrontato il problema centrale di queste trascrizioni, vale a dire suggerire la profondità armonica senza poter contare sulla risonanza del violoncello. Mogavero ha perfettamente compreso che doveva evitare di imitare ciò che il flauto non può essere, ma ha preferito invece valorizzarne le qualità proprie: la purezza del timbro, la naturale cantabilità della linea, la trasparenza dell’articolazione. Ne è derivata una lettura che non si è sostituita all’originale, ma ne ha illuminato aspetti diversi, soprattutto nella chiarezza con cui sono emersi il disegno contrappuntistico implicito e l’equilibrio delle proporzioni formali.

Il flautista Luca Bellini che ha effettuato la trascrizione per flauto delle Suites n. 1, n. 3 & n. 5.

Naturalmente il confronto con il violoncello rimane inevitabile, soprattutto nella Quinta Suite, dove la densità della scrittura e il carattere quasi ascetico della Sarabanda rappresentano un banco di prova severissimo. Ma è proprio qui che il progetto ha dimostrato la propria legittimità: non cercando equivalenze impossibili, bensì proponendo una diversa idea di eloquenza musicale, affidata non alla materia sonora della corda, ma al respiro come principio costruttivo del fraseggio. Inoltre, anche sotto il profilo stilistico l’interpretazione ha saputo convincere per equilibrio; le dinamiche sono state contenute, mai teatrali, gli agogici hanno evitato libertà arbitrarie, il canto ha conservato sempre quella compostezza che appartiene alla migliore tradizione bachiana. Insomma, è stato un approccio che ha privilegiato la continuità del pensiero musicale rispetto all’effetto immediato e che ha saputo rifuggire da ogni tentazione romantica.

C’è inoltre un altro aspetto che dev’essere chiarito, alla luce della lettura fatta dal flautista pugliese, ossia che questo disco non intende dimostrare che le Suites per violoncello siano “anche” opere per flauto. Piuttosto invita l’ascoltatore a verificare quanto la scrittura di Bach trascenda il timbro dello strumento per cui nacque. Su tali presupposti, se la trascrizione riesce, è perché mette in luce la straordinaria autosufficienza del pensiero musicale del Kantor, capace di conservare identità e forza espressiva anche quando cambia la voce che lo pronuncia. Vada sé, che per comprendere appieno la portata dell’interpretazione e della sensibilità dimostrate da Andrea Mogavero è quantomeno necessario conoscere la versione originale di queste Suites, perché non si possono apprezzare nuovi scorci se non si conosce il paesaggio che si ammira.

Il flautista Andrea Mogavero durante una pausa della registrazione, fatta nella Chiesa del Crocifisso a Taviano, in provincia di Lecce.

Anche la presa del suono, curata da Carlo De Nuzzo e Irene Marchese, è di buona fattura. La dinamica è contrassegnata dalla velocità dei transienti e da un’energia capace di mettere in luce anche le sfumature offerte dallo strumento in fase di microdinamica, preservando la naturalezza timbrica da ogni tipo di indebito artificio coloristico. A livello di palcoscenico sonoro, il flauto viene scolpito al centro dello spazio sonoro a una discreta profondità, senza che il suono venga penalizzato in fatto di altezza e di ampiezza. L’equilibrio tonale non riscontra pecche di sorta, con una messa a fuoco dei registri che non si accavallano o si sovrappongono, anche nei passaggi in cui l’escursione tra medio-grave e acuto è pressoché immediata. Infine, il dettaglio è foriero di matericità, con una dose abbondante di nero che focalizza il flauto, permettendo un ascolto che non è mai stancante.

Andrea Bedetti

 

Johann Sebastian Bach – Flute Suite No. 1 BWV 1007, No. 3 BWV 1009, No. 5 BWV 1011

Andrea Mogavero (flauto)

CD Da Vinci Classics C01185

Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5

 

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