Ci sono strumenti musicali che hanno dovuto affrontare la gavetta di una lenta ma costante emancipazione per essere accolti e ascoltati con la dovuta attenzione, come ci insegna la storia della musica. Tra questi strumenti che, a livello solistico, hanno dovuto emanciparsi nel corso del tempo c’è sicuramente la viola, la quale per secoli è stata relegata nello spazio mediano della compagine strumentale, depositaria unicamente di una voce interna più incline a fondere che a emergere, senza nemmeno potersi fregiare del titolo di primum inter pares. Solo tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento essa ha conquistato progressivamente una propria autonomia, grazie non soltanto ai compositori, ma anche a interpreti capaci di ampliare il repertorio attraverso la benemerita pratica della trascrizione che, nel caso della viola, ha assunto un significato particolare. È precisamente questa vicenda che, a livello favolistico, può ambire alla storia del brutto anatroccolo che diviene uno splendido cigno, a costituire il filo conduttore di Viola Fascination, il recentissimo CD della Da Vinci Classics, che vede protagonista il violista ceco Vladimír Bukač insieme con il connazionale Adam Skoumal al pianoforte, i quali hanno dato vita a una playlist che vede tredici brani composti da dieci autori che vanno da Paganini fino allo stesso Skoumal, passando attraverso grandi del passato come Schumann, Čajkovskij, Glazunov, Šostakóvič, Musorgskij, Prokof’ev, Rachmaninov e Glinka, con una chiara preferenza, quindi, per gli esponenti della scuola russa.

La cover del CD Da Vinci Classics dedicato a brani e a trascrizioni per viola e pianoforte.


Attenzione, però, perché non ci troviamo di fronte a una semplice antologia di pezzi più o meno celebri adattati alla viola, in quanto il progetto discografico in questione è nato dal recupero di partiture pubblicate in Russia tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso, molte delle quali riconducibili all’attività di Vadim Borisovskij, figura fondamentale della scuola violistica sovietica e autore di oltre duecento trascrizioni e arrangiamenti per viola e viola d’amore. Accanto a Borisovskij aleggia, e non avrebbe potuto essere altrimenti visto che c’è di mezzo la viola, la presenza trascrittrice di William Primrose, mentre le due composizioni conclusive di Skoumal proiettano l’itinerario verso il presente. Ne deriva un programma apparentemente eterogeneo, “russofilo” per così dire, ma in realtà sorretto da una logica precisa: mostrare come la viola abbia saputo impossessarsi di linguaggi nati altrove senza perdere la propria identità timbrica.
Tale assunto viene enunciato chiaramente fin dalla Campanella di Paganini nella trascrizione di Primrose, il che, a prima vista, potrebbe quasi rappresentare una provocazione, ma che non lo è visto che trasferire alla viola uno degli emblemi della trascendenza tecnica violinistica significa verificare quanto lo strumento possa spingersi fuori dal territorio che tradizionalmente gli appartiene. Ecco perché, a mio parere, Bukač non ha tentato di camuffare la vera natura del suo strumento per inseguire la luminosità del violino, ma ha saputo conservare invece una componente scura e materica anche nelle regioni acute, affrontando salti, rapide figurazioni e difficoltà d’intonazione con un virtuosismo che non doveva offrire uno sterile effetto “circense”. Oltre a dimostrare notevole agilità, il violista ceco è stato in grado di mantenere una continuità timbrica fra i registri: anche quando la scrittura saliva, il suono manteneva un nucleo corposo e riconoscibilmente violistico.

Il violista e didatta Vadim Borisovskij, esponente della scuola sovietica.


Un “campo minato” quale l’Adagio und Allegro op. 70 di Schumann ha permesso di comprendere ancora meglio la statura del nostro interprete. Questa pagina cameristica, creata per corno e pianoforte, con parti alternative previste dallo stesso Schumann per violino e violoncello, nella trascrizione di Borisovskij ha trovato nella viola una voce sorprendentemente congeniale. Nell’Adagio Bukač ha evitato tanto il sentimentalismo quanto una nobiltà di fraseggio trasformata in compostezza accademica: l’arco ha sostenuto periodi ampi, il vibrato è stato impiegato in funzione espressiva e non come rivestimento permanente del suono, mentre le sfumature dinamiche hanno modellato la frase dall’interno. Nell’Allegro è emersa invece la capacità di imprimere energia senza irrigidire l’articolazione e qui si comprende anche quanto sia stato importante Skoumal: non accompagnatore, ma interlocutore, capace di dare peso alla componente ritmica schumanniana senza sommergere la viola e di assecondarne con naturalezza accelerazioni e distensioni.

Il grande violista scozzese William Primrose.


L’Élégie op. 44 di Glazunov ha offerto un punto d’osservazione ancora diverso, anche perché si tratta di una pagina concepita originariamente per la viola. Il cantabile di Bukač possiede una qualità che si potrebbe definire “narrativa”: non procede per una successione di belle frasi, ma costruisce una direzione, graduando intensità e densità del suono. Il registro medio-grave è risultato particolarmente suggestivo, pieno senza risultare opaco; nei passaggi più scopertamente lirici l’interprete ceco ha saputo resistere alla tentazione di dilatare eccessivamente tempi e portamenti. Ne è sorta un’elegia interiorizzata, nella quale il carattere tardoromantico è stato restituito senza compiacimenti.


Tra i pezzi presentati, un’ulteriore conferma è venuta dalla Melody op. 3 n. 3 di Rachmaninov, dove la difficoltà non risiede nell’esibizione tecnica ma nella capacità di far vivere una linea melodica che, privata della varietà coloristica di una grande orchestrazione, rischierebbe facilmente di diventare uniforme. Bukač, al contrario, è stato capace di sostenerla attraverso una sottile differenziazione degli attacchi e soprattutto mediante un controllo del suono che ha consentito alla viola di espandersi senza forzature. È significativo che proprio in questi brani più lirici si sia avvertito quanto il suo virtuosismo consista anche nel governo del peso dell’arco, nella qualità delle mezze voci e nella continuità del legato, tutti aspetti tecnici, questi, che sono di casa nella scuola violistica slava.

Il violista ceco Vladimír Bukač.


Di segno opposto è stato il Mercutio tratto dal Romeo e Giulietta di Prokof’ev, anch’esso nella versione di Borisovskij. Se nelle pagine precedenti era prevalsa la dimensione elegiaca, qui la viola si è trasformato in un autentico personaggio teatrale. Il gesto si è fatto rapido, pungente, ironico (ricordiamoci che stiamo parlando di Prokof’ev); Bukač ha accentuato contrasti e cambi di carattere senza trasformarli in caricatura, mentre il pianoforte di Skoumal ha impresso alla pagina una mobilità nervosa, quasi coreografica. È stato uno dei momenti nei quali meglio si è colto il senso complessivo dell’operazione: lo strumento che sembrava predestinato all’introspezione ha dimostrato di possedere, con un vero e proprio coup de théâtre, anche sarcasmo, scatto e aggressività.


A mio avviso, una nota di merito va alle ultime due pagine della playlist, che spostano necessariamente il baricentro del disco, poiché Skoumal vi compare nella doppia veste di autore e interprete. Shalik - An Arabic Dance, nato dall’impressione lasciata da una melodia libanese e successivamente adattato a diversi organici, e le Variations on Gypsy Melodies, che testimoniano l’attrazione dell’artista per materiali musicali mediorientali e zigani. In Shalik l’elemento virtuosistico si integra con una marcata sensualità ritmica e con figurazioni che consentono a Bukač di mettere in campo colori più accesi e un’articolazione assai mobile. Le Variations costituiscono invece una sorta di coronamento del recital: la forma permette di alternare canto, brillantezza, accelerazioni e mutamenti di carattere, mettendo continuamente alla prova l’intesa dei due musicisti. Proprio qui appare evidente come la loro collaborazione non si fonda sull’annosa gerarchia solista-accompagnatore, bensì su una concezione cameristica del rapporto fra gli strumenti.

Il pianista Adam Skoumal.


Se si deve spiegare l’efficacia progettuale di Viola Fascination, si può farlo sulla base del fatto che quanto proposto non ha trasformato la viola in ciò che non è, ma per la ragione opposta, ossia dimostrando quanto repertorio essa possa assimilare continuando a parlare con la propria voce. Bukač possiede mezzi tecnici tali da poter affrontare tanto la vertigine paganiniana quanto il lirismo di Glazunov e di Rachmaninov, ma soprattutto dispone di una “cultura del suono” che gli permette di differenziarne profondamente gli idiomi. Dal canto suo, Skoumal gli è accanto con sensibilità cameristica, precisione e personalità, oltre a fornire con le proprie composizioni lo sbocco contemporaneo del progetto. Un disco che, dietro l’apparenza piacevole del recital virtuosistico, propone quindi una riflessione ben più interessante: quella sulla trascrizione come strumento attraverso il quale la viola moderna ha costruito, paradossalmente, una parte essenziale della propria identità.


Per ciò che riguarda la presa del suono, curata da Dirk Homann, essa mostra un’apprezzabile escursione dinamica e non dà l’impressione di ricorrere a una compressione invasiva, tanto è vero che i pianissimi mantengono presenza e i passaggi energici si espandono con notevole libertà. A livello di palcoscenico sonoro, la viola è focalizzata con precisione, sufficientemente ravvicinata da restituire la grana dell’arco e la componente lignea dello strumento, ma senza quell’ipertrofia del dettaglio che può renderne innaturali dimensioni e prospettiva, mentre il pianoforte possiede peso nel registro grave e una gamma acuta nitida, senza diventare fastidiosamente “metallico”, senza contare che nella ricostruzione spaziale lo Steinway non viene artificialmente arretrato per privilegiare il solista, ma conserva una credibile presenza fisica. L’equilibrio tonale rispetta in modo convincente i registri degli strumenti, ossia le due viole utilizzate da Bukač, una viola Santini Lavazza del 1720 e una di Giovanni Battista Guadagnini del 1775, e lo Steinway & Sons Model D, così come il dettaglio capace di restituire matericità e tridimensionalità.
Andrea Bedetti

AA.VV. - Viola Fascination
Vladimír Bukač (viola) – Adam Skoumal (pianoforte)
CD Da Vinci Classics C01208

Giudizio artistico 5/5
Giudizio tecnico 4/5

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