La parabola storica della forma-sonata rappresenta, per l’osservatore dell’evoluzione dei linguaggi musicali, uno dei terreni d’indagine più affascinanti e, al contempo, più scivolosi e perigliosi. Nel corso di un secolo e mezzo, questo archetipo formale è passato dall’essere il custode di un rigore geometrico e dialettico a divenire un contenitore ipertrofico, talvolta saturo di un’espressività che ha rischiato di soffocarne le stesse fondamenta strutturali. La recente pubblicazione su Spotify di una produzione digitale, eseguita dal giovane pianista uzbeko Evgenij Konnov, vincitore della 12° edizione del Verona International Piano Competition nel 2024, e dedicata a un programma che accosta la Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 36 di Sergej Rachmaninov con la Sonata in mi bemolle maggiore op. 27 n. 1 di Ludwig van Beethoven, offre uno spunto di riflessione riguardante proprio questo crinale estetico. Un accostamento che non è semplicemente un contrasto cronologico, ma una vera e propria sfida tra due concezioni antitetiche della tastiera e della narrazione musicale.
La prima considerazione che produce questo binomio è quella di una scissione profonda nel gusto e nella filosofia dell’interpretazione. Da un lato, il genio di Bonn, che scardina la forma dall’interno per pura necessità speculativa e inventiva; dall’altro, l’epigono tardo-romantico russo, la cui scrittura solleva da sempre legittimi dubbi di ordine estetico in chi, come il sottoscritto, predilige la densità concettuale rispetto alla ridondanza ornamentale. In questo contesto, l’operazione compiuta da Konnov si rivela di estremo interesse critico, poiché il giovane pianista si trova a dover governare due mondi sonori radicalmente divergenti, cercando un filo conduttore che non scada mai nel compromesso ermeneutico o nella vuota esibizione virtuosistica.

Ora, chi è solito seguirmi a livello critico conosce perfettamente la mia pressoché totale repellenza nei confronti di Rachmaninov e della sua concezione estetico-musicale. D’altronde, è impossibile accostarsi alla sua Seconda Sonata senza una dose di severa diffidenza critica (e oggi mi sento stranamente buono e accondiscendente). Composta nel 1913 e successivamente revisionata nel 1931 nel tentativo (solo parzialmente riuscito) di asciugarne la turgida densità originaria, l’op. 36 incarna esemplarmente tutti i limiti di un’estetica che ha fatto del gigantismo sonoro e del sentimentalismo esasperato la propria cifra stilistica. Ho sempre stigmatizzato la musica di Rachmaninov in quanto si muove spesso su un crinale periglioso, dove l’accumulo sfrenato di materiali, il virtuosismo trascendentale fine a se stesso e le melodie intrise di un lirismo nostalgico finiscono per generare una narrazione frammentaria, priva di quella stringente logica architettonica che rende immortale, al contrario, il classicismo viennese al quale appartiene Beethoven.
La Sonata in si bemolle minore si presenta come una cattedrale di suoni sproporzionata, un’opera in cui l’esecutore è chiamato a districarsi tra cascate di accordi, trame polifoniche sature e un’ansia espressiva che satura ogni centimetro del pentagramma. Il rischio intrinseco a queste pagine è la caduta nel marasma sonoro, nel compiacimento di un virtuosismo muscolare che appiattisce la dinamica e trasforma l’ascolto in un’esperienza estenuante. Il primo tempo, Allegro agitato, si apre con un tema discendente che satura immediatamente lo spazio acustico, una declamazione teatrale che cerca la grandiosità attraverso l’amplificazione volumetrica piuttosto che attraverso lo sviluppo tematico rigoroso. Segue il Non allegro, un tempo centrale che flirta costantemente con un patetismo in odor di salottismo, seppur travestito da magniloquente affresco sinfonico, per poi sfociare in un Allegro molto finale che esaspera la logica dell’accumulo motorio e della percussività.
Per nostra fortuna, a limitare i danni di questo guazzabuglio sonoro, ci ha pensato la lettura di Evgeny Konnov, la quale emerge con una forza a dir poco millimetrica. Il giovane pianista uzbeko non commette l’annoso errore, purtroppo comune a molti interpreti di scuola slava, di gettarsi a capofitto nel sentimentalismo deteriore o nell’esibizione muscolare. Al contrario, Konnov affronta l’op. 36 con una lucidità quasi geometrica, un controllo analitico che agisce come un bisturi su una massa sonora altrimenti informe. La sua articolazione è di una trasparenza cristallina: anche nei passaggi più densi del primo tempo, dove l’atroce sovrapposizione delle voci rischia di produrre un impasto fangoso nel quale impantanarsi, Konnov riesce a isolare le linee contrappuntistiche secondarie, restituendo una comprensibilità strutturale insospettabile. Il suo non è un Rachmaninov gridato, vivaddio, ma un Rachmaninov decostruito e rimontato con l’oggettività di un moderno architetto. Nel tempo centrale, poi, la tenuta del fraseggio evita le trappole della retorica lacrimosa, mantenendo un rigore ritmico e una nobiltà di tocco che nobilitano, per quanto possibile, la materia prima.
Di fronte a tanto veleno compositivo ci voleva un potente antidoto, rappresentato in questo caso dalla Sonata in mi bemolle maggiore op. 27 n. 1 di Beethoven. Pubblicata nel 1801 insieme con la gemella e ben più celebre Op. 27 n. 2 (la cosiddetta Al chiaro di luna, un titolo questo che ha fatto più danni a posteriori di un’epidemia bubbonica) questa pagina reca l’indicazione fondamentale Quasi una fantasia; una dicitura che, sia ben chiaro, non rappresenta un cedimento all’anarchia formale, bensì l’esatto opposto: ossia la rivendicazione di una libertà poetica suprema che reinventa le regole del gioco dall’interno, senza mai perdere di vista l’unità organica del ciclo.
Tramite questa pagina pianistica, Beethoven scardina la successione tradizionale dei tempi e impone un flusso narrativo ininterrotto (“attacca”), in cui le singole parti si fondono in un unico grande organismo drammatico. Non c’è spazio qui per il decorativismo o per l’esibizione calligrafica; ogni nota, ogni silenzio, ogni mutamento agogico rispondono a una necessità espressiva e strutturale ferrea, con un impiego a dir poco parsimonioso, come da costume nel genio di Bonn, della materia sonora da plasmare. L’apertura con un Andante in tempo binario, interrotto da un guizzo centrale in Allegro, è una chiara dichiarazione d’intenti: infatti, la rinuncia alla tradizionale forma-sonata nel primo tempo spiazza l’ascoltatore, conducendolo in un territorio di candore lirico e di improvvisa freschezza inventiva. L’Allegro molto e vivace che segue è uno scherzo notturno, febbrile, basato su arpeggi spezzati che richiedono un controllo dinamico assoluto per non trasformarsi in un mero esercizio meccanico. Ma è nell’Adagio con espressione che si tocca il vertice della tensione poetica, una pagina di assoluta interiorità che prepara la complessa transizione verso l’Allegro vivace finale, un rondò-sonata di straordinaria densità polifonica, dove il tema principale viene sottoposto a un’elaborazione stringente, coronata dalla ripresa fugace dell’Adagio prima della trascinante stretta finale.

In questo capolavoro di economia formale e di audacia speculativa, Evgenij Konnov offre una prova di altissima maturità interpretativa. Il pianista coglie con esattezza certosina lo spirito “sperimentale” di questo capolavoro. Il suo tocco nell’Andante d’apertura possiede una grazia composta, quasi apollinea, priva di quelle tentazioni protoromantiche che ne altererebbero la corretta collocazione storica. La fluidità nei passaggi di registro e la gestione dei chiaroscuri dinamici rivelano uno studio approfondito del suono beethoveniano, che non è mai etereo ma sempre materico, radicato nella terra anche quando si eleva verso momenti di pura astrazione. Nel finale, la chiarezza con cui Konnov dipana la complessa intelaiatura contrappuntistica mostra una padronanza tecnica che si fa pensiero musicale. La transizione drammatica, lo stacco del tempo e l’equilibrio tra la mano sinistra e la mano destra restituiscono un Beethoven teso, modernissimo, un titano che domina la forma con l’intelletto prima ancora che con il sentimento.
Trovo che la caratteristica principale che emerge da questa registrazione sia la capacità d’imporre un ordine intellettuale al caos emotivo. Di fronte a un programma che avrebbe potuto facilmente scivolare nell’incoerenza o nel mero eclettismo da concerto, Konnov dimostra che è possibile trovare una via di mezzo tra l’analisi rigorosa e la sensibilità interpretativa.
Premesso che in questo caso faccio un’eccezione, data dalla caratura del giovane pianista uzbeko, in quanto solitamente non prendo in considerazione tracce audio che sono destinate alla piattaforma Spotify, le quali non necessitano di una fedele e audiofila riproduzione sonora, la presa del suono, effettuata dallo studio Audio Classica, per la precisione dal patron Filippo Lanteri, per l’etichetta Sonus, sebbene sia dinamicamente nitida, asciutta e con una velocità accettabile, si presenta confezionata proprio ad usum per la piattaforma in questione, che basa la sua filosofia commerciale più sulla quantità delle registrazioni piuttosto che sulla qualità del suono in sé. Date anche le dimensioni ridotte delle tracce audio, sebbene le abbia ascoltate nel formato WAV, si notano degli “arrotondamenti” nei picchi del registro acuto e di quello grave, proprio per rispondere alle richieste “quantitative” di Spotify. E ciò è un peccato, poiché le apparecchiature utilizzate da Audio Classica per fissare le registrazioni sono indubbiamente di primo livello, capaci di garantire una qualità destinata anche a un pubblico musicalmente più preparato a livello tecnico.
Andrea Bedetti
Rachmaninov-Beethoven – Piano Sonata n. 2-Piano Sonata op. 27 n. 1
Evgenij Konnov (pianoforte)
Tracce digitali Sonus
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 3/5