Con la conquista del Regno di Napoli da parte di Alfonso V d’Aragona, culminata nel 1442, la capitale partenopea entrò in una stagione di straordinaria trasformazione politica e culturale. La corte aragonese divenne uno dei principali centri di irradiazione dell’umanesimo mediterraneo, dove tradizioni iberiche, italiane e franco-fiamminghe poterono incontrarsi e contaminarsi. In questo processo la musica ebbe un’importanza tutt'altro che secondaria, poiché costituì non soltanto un raffinato strumento di rappresentanza dinastica, ma anche un linguaggio capace di esprimere aspirazioni, sentimenti e comportamenti di una società attraversata da profondi mutamenti. È proprio a questo universo sonoro che l’Emyolia Ensemble ha voluto presentare un interessante e stimolante programma nel CD dal titolo Al Alba d’un Dia. Echi d’Aragona nella Napoli del Quattrocento, pubblicato dall’etichetta italiana Tactus.

La cover del CD della Tactus dedicato alla musica aragonese nella Napoli del XV secolo.

L’interesse dell'operazione risiede soprattutto nella volontà di restituire dignità a una produzione musicale profana che, troppo frequentemente, viene considerata marginale rispetto alla grande polifonia sacra tardomedievale e rinascimentale. In realtà, le composizioni destinate all’intrattenimento cortigiano, alla danza, alla celebrazione conviviale e alla rappresentazione dei sentimenti amorosi documentano un passaggio decisivo nella storia della sensibilità europea. Attraverso il progressivo affermarsi delle lingue volgari e di forme poetico-musicali relativamente concise, la musica cominciò a dare spazio a una dimensione più immediata dell’esperienza umana, senza tuttavia rinunciare alla raffinatezza compositiva.

Proprio nella Napoli aragonese tale fenomeno assunse un significato particolare. La presenza di musicisti provenienti dalla Penisola iberica favorì la circolazione di repertori nei quali la tradizione popolare veniva rielaborata secondo codici colti, mentre il contatto con la polifonia franco-borgognona contribuiva ad arricchirne le possibilità espressive. Il villancico, destinato a diventare una delle forme più rappresentative della cultura musicale spagnola, costituisce un esempio eloquente di questa compenetrazione: la ricorrenza del ritornello, la chiarezza dell’architettura strofica e l’immediatezza melodica convivono con procedimenti contrappuntistici che ne rivelano la destinazione a un ambiente musicalmente evoluto. Non si trattava, dunque, di una semplice contrapposizione tra musica popolare e musica aristocratica, bensì di un continuo processo di appropriazione e trasformazione dei rispettivi linguaggi.

Un passaggio del brano Rodrigo Martínez tratto dal manoscritto del Cancionero Musical de Palacio.

Il programma dell’Emyolia Ensemble ricostruisce questo panorama attraverso testimonianze provenienti soprattutto dal Cancionero Musical de Palacio, dal Cancionero de la Colombina, dal manoscritto bolognese Q16 e dal più tardo Cancionero de Upsala, quest’ultimo pubblicato a Venezia nel 1556. Una scelta che, pur oltrepassando i confini cronologici del Quattrocento, permette di osservare la persistenza e l’evoluzione di una tradizione musicale estesa tra Medioevo e Rinascimento. Naturalmente, tali fonti non documentano esclusivamente la produzione napoletana: il loro accostamento costruisce piuttosto un plausibile orizzonte culturale della corte aragonese, illuminando la rete di relazioni attraverso cui uomini, manoscritti e pratiche esecutive circolavano nel Mediterraneo.

Sul piano interpretativo, il quartetto formato da Matteo Magna (dulcimelo a battenti, percussioni e voce), Giulia Testi (liuto e voce), Arduino Melelli Roia (liuto, vihuela e voce) e Alessandro Zucchetti (liuto e voce) privilegia una restituzione improntata alla freschezza comunicativa, alla mobilità ritmica e alla trasparenza delle combinazioni timbriche. Le voci mantengono un’emissione prevalentemente naturale, lontana da qualsiasi enfasi melodrammatica, mentre gli strumenti a pizzico svolgono una funzione determinante nel delineare l’articolazione delle frasi e nel sostenere la pulsazione della danza. Ne deriva una lettura che ricerca soprattutto la dimensione sociale e conviviale di queste musiche, senza trasformarle in reperti archeologici irrigiditi da un eccesso di deferenza filologica.

Un possibile ritratto del compositore spagnolo Juan del Encina presente nel programma del CD con tre brani.

Particolarmente significativo appare Rodrigo Martínez, nel quale l’insistenza del ritornello e il vivace intreccio strumentale restituiscono il carattere narrativo, quasi teatrale, della composizione. L’ensemble ne sottolinea efficacemente l’energia attraverso un accompagnamento ritmicamente incisivo e una vocalità che conserva la spontaneità del racconto. Di carattere differente è Tres morillas m’enamoran, dove la levità dell’impianto melodico e la morbidezza dell’intreccio vocale evocano quell’immaginario interculturale che apparteneva alla tradizione poetica iberica. Qui l’equilibrio tra voci e strumenti risulta particolarmente felice, evitando che l’apparato dell’accompagnamento comprometta la semplicità espressiva della pagina.

Altrettanto interessante è il versante amoroso e malinconico, rappresentato da composizioni quali Nunca fue pena mayor, Ay luna que reluces e Al alba venid, buen amigo. In queste pagine emerge una sensibilità nella quale il sentimento individuale trova espressione attraverso formule melodiche riconoscibili e strutture poetiche di immediata comprensibilità. L’Emyolia Ensemble affronta tale repertorio senza ricercare artificiose profondità psicologiche, affidandosi piuttosto alla nitidezza della dizione e alla naturalezza del fraseggio. Il programma comprende inoltre un brano strumentale, Falla con misuras, che richiama l’importanza delle pratiche coreutiche e della variazione su modelli melodici preesistenti, mostrando come il linguaggio profano costituisse anche un terreno privilegiato di sperimentazione. Sul versante più apertamente festoso, titoli quali Hoy comamos y bebamos e Dindirindín testimoniano invece la capacità della musica di tradurre in forme artisticamente organizzate l’esuberanza della vita collettiva.

Il frontespizio del Cancionero de Upsala, pubblicato a Venezia nel 1556.

Non manca, opportunamente, il confronto con la dimensione religiosa. La presenza di Verbum caro factum est e del Canto della Sibilla ricorda quanto permeabili fossero i confini tra sacro e profano, soprattutto sul piano delle consuetudini esecutive e della circolazione delle melodie. In Verbum caro factum est la scrittura vocale viene restituita con una sobrietà che lascia emergere il particolare intreccio di latino e volgare, testimonianza significativa di una cultura devozionale nella quale la comprensibilità del testo assumeva un’importanza crescente.

La principale qualità di questa registrazione consiste dunque nella sua capacità di proporre un repertorio storicamente complesso attraverso un linguaggio interpretativo accessibile e musicalmente persuasivo. Talvolta la costante ricerca di scorrevolezza e di piacevolezza timbrica tende ad attenuare le differenze tra la dimensione strettamente cortigiana e quella più popolaresca; d’altra parte, proprio tale omogeneità contribuisce alla coerenza narrativa dell’intero progetto. Infine, Al Alba d’un Dia possiede un merito che trascende la riuscita strettamente musicale: ricordare come la Napoli aragonese non sia stata soltanto un luogo di ricezione delle grandi correnti artistiche europee, ma un laboratorio di mediazione culturale, nel quale la produzione profana contribuì a ridefinire il rapporto tra poesia, musica e società. Un patrimonio che anticipa alcune delle caratteristiche fondamentali della cultura musicale rinascimentale e che l’Emyolia Ensemble riconsegna all’ascoltatore contemporaneo con intelligenza, sensibilità e convincente vitalità espressiva.

I componenti dell’Emyolia Ensemble.

La presa del suono, curata da Gabriele Berioli, favorisce la percezione delle linee vocali e delle articolazioni strumentali, valorizzando il carattere cameristico delle esecuzioni. Questo grazie a una dinamica qualitativamente pulita, dotata di velocità e di sufficiente energia, scevra da colori indesiderati. Il parametro del palcoscenico sonoro vede la ricostruzione degli interpreti al centro dei diffusori a una discreta profondità, senza che l’ampiezza e l’altezza del suono ne risultino penalizzate. L’equilibrio tonale e il dettaglio non mostrano scorrettezze o imprecisioni, con il primo che mantiene la separazione del registro medio-grave da quello acuto e con il secondo dotato di una discreta dose di nero intorno alle voci e agli strumenti.

Andrea Bedetti

 

Al Alba d’un Dia. Echi d’Aragona nella Napoli del Quattrocento

Emyolia Ensemble

CD Tactus, TD 490003

Giudizio artistico 4/5
Giudizio tecnico 4/5