Non sono un grande conoscitore della musica contemporanea greca, lo affermo subito a scanso di equivoci, ma dopo aver ascoltato questo CD, appena pubblicato dalla Da Vinci Classics, mi sono reso conto la produzione musicale del compositore ellenico Giorgos Koumendakis merita di essere ascoltata e ponderata con attenzione. Basta, d’altronde, ascoltare questo disco, dal titolo Point of No Return, per capire che ci troviamo di fronte a un autore capace di distinguersi per originalità e per complessità nel suo procedere artistico. Intanto, comincio dal titolo di questo progetto discografico, in quanto il “punto di non ritorno” indica e rappresenta il modo in cui Giorgos Koumendakis tratta la tradizione greca: non come un repertorio da citare o restaurare, bensì come una materia che, attraversata dalla memoria e dalla scrittura, non può più riacquistare la forma originaria: la tragedia di ciò che si evolve e del suo trasformarsi, con il sentore dell’abbandono che cerca, a volte invano, un nuovo approdo, un altro porto sicuro. A livello di analisi è quanto si evince dai quattro lavori, vale a dire, rispettando la playlist, The Pedal Tone of a Middle-Aged Man, risalente al 2009, Typewriter Tune (2006), Forget Me Not (2007) e Point Of No Return (2020), inclusi in questo progetto discografico, i quali mostrano due procedimenti complementari: se, da una parte, la fonte è riconoscibile e trasfigurata, dall’altra ne sopravvivono soltanto il battito, il profilo ornamentale o un clima rituale. A unificare, a cementare il programma è il saxofono, capace di passare dal suono al respiro, dal canto alla ruvidità, dall’identità individuale a quella collettiva.

The Pedal Tone of a Middle-Aged Man, quarto concerto per pianoforte, quartetto di saxofoni e archi, è il centro di gravità del disco. Il riferimento all’ἴσον (ossia la nota di bordone vocale sostenuta e continua che fa da base alla melodia nel canto bizantino) non produce un fondale immobile: il pedale è una forza di attrazione attorno alla quale armonie, impulsi ritmici e masse timbriche si addensano e si sfaldano. La lettura pianistica da parte di Vassilis Varvaresos emerge come una coscienza inquieta, ora incidendo figure secche, ora disseminando risonanze, mentre il quartetto è una fascia mobile che prolunga, colora o contraddice gli archi. Con questa pagina concertistica, Koumendakis ha costruito una forma a grandi respiri, alternando accumulazioni febbrili e improvvisi svuotamenti. La cadenza centrale, derivata da un canto conviviale della Tracia, è una zona di memoria sospesa, non un’esibizione virtuosistica, e dopo la ripresa dell’energia, il lungo epilogo muta la prospettiva: rarefazione, registri più scuri e infine le voci dei musicisti che assumono il pedale. In questo modo, il rito (non si dimentichi mai il potere teologizzante emanato dal canto bizantino sostenuto e incarnato dall’ισοκράτης) diventa presenza fisica senza scadere nell’illustrazione. Da un punto di vista interpretativo, Varvaresos ha affrontato la parte pianistica con lucidità e controllo del peso, evitando di trasformarne gli scatti in effetti, così come il direttore Konstantinos Terzakis ha ben governato le proporzioni e le transizioni; allo stesso tempo, gli archi della Thessaloniki State Symphony Orchestra hanno saputo farsi superficie granulosa, sostegno armonico o massa compatta senza coprire i fiati, mentre l’Osmosis Saxophone Quartet ha mantenuto riconoscibili i quattro colori timbrici anche nei passaggi più densi.

Typewriter Tune concentra in appena dieci minuti un teatro strumentale nervoso. Il Koniali cappadoce, una danza evocata attraverso il filtro di quel meraviglioso e implacabile film che è Faces di John Cassavetes, affiora dapprima come impulso comune: cellule brevi, accenti taglienti, incastri quasi meccanici, ma ben presto la regolarità è disturbata da arresti e laceranti dilatazioni. La scrittura procede per blocchi, come un dialogo in cui ogni voce interrompa o deformi l’altra, simbolo di un’incomunicabilità (si torna al film del regista americano) che non può essere dissolta. Così, alla compattezza omoritmica si oppongono linee strappate, multifonici, suoni d’aria e cambi di registro, con il richiamo alla macchina per scrivere, evocata dal titolo, che è meno onomatopeico è più sintattico con le sue battute, cancellature e riprese. La vasta coda finale smonta la danza iniziale, lasciandone una sagoma irriconoscibile ma ancora pulsante. Anche qui, l’apporto esecutivo da parte dell’Osmosis Saxophone Quartet offre attacchi millimetrici, un’intonazione salda e un ritmo che non risulta mai rigido.

Le tre parti di Forget Me Not riducono l’organico al sax contralto di Theofilos Sotiriades, ma non la varietà sonora. Il tsamikos, la danza folkloristica greca in 3/4 che fa da cordone ombelicale, resta sotto la superficie, come se volesse rappresentare più memoria corporea del passo che una semplice citazione etnomusicologica. Il primo tempo alterna richiami isolati, frasi spezzate e fioriture; il secondo ha un arco più continuo, spinto verso una tensione quasi vocale; il terzo riunisce gesto ritmico e canto in una traiettoria franta, nella quale ogni ripetizione muta accento e colore. La conclusione non risolve, credo che questo sia un punto fondamentale nella sintassi creativa di Giorgos Koumendakis, ma si sottrae. Dedicatario dell’opera, Sotiriades domina il lessico sonoro senza ostentazione: la sua emissione è centrata, i pianissimi stabili, gli armonici e le inflessioni microtonali integrati, ma soprattutto rende udibile la continuità fra tecnica estesa e cantabilità.

Da ultimo Point of No Return, brano nato per quartetto d’archi e trascritto da Antonis Fotiadis, che chiude il disco con una sintesi più distesa e contemplativa. Qui le fonti sono dichiarate, quasi fossero un manifesto programmatico, vale a dire il smyrneiko minore e il manaki mou, due canti smirnioti sbocciati negli anni Venti del secolo scorso. Attenzione, però, poiché qui le linee melodiche non vengono esibite come reperti archeologici da riportare alla luce; semmai, si riconoscono per frammenti, attraverso curve ornamentali e grazie a tensioni modali, queste ultime immerse in armonie che ne spostano continuamente il baricentro. Il respiro imposto dai saxofoni alla versione originale diventa elemento formale: frasi lunghe, sospensioni e ripartenze conferiscono alla musica un andamento insieme processionale e instabile. Dopo una prima sezione più compatta, il centro si oscura e si dirada; da questo spazio riemerge un canto intensificato, quasi un amanes (una musica che trasuda di emotività e di “femminilità”) collettivo, prima che la coda disperda le linee in echi. È interessante notare come il nostro compositore greco possa considerare l’annoso incontro fra Oriente e Occidente, il quale ai suoi occhi non è risolto in una conciliazione decorativa, ma rimane una tensione feconda, affidata alla qualità quasi organistica dell’impasto e, per contrasto, all’individualità dei respiri. Anche qui, l’Osmosis Saxophone Quartet ne ha offerto una lettura paziente, ben calibrata negli equilibri e capace di sostenere la lentezza senza mai perdere direzione.

Alla fine di questo percorso d’ascolto, il risultato è che ci troviamo di fronte a un progetto discografico di forte coerenza, nonostante la distanza cronologica e la varietà degli organici. Koumendakis non sovrappone un idioma contemporaneo a materiali popolari: porta alla luce ciò che nella tradizione è già instabile, ripetitivo, ornamentale e aperto alla metamorfosi. L’eccellente lavoro dell’Osmosis Quartet, di Sotiriades, Varvaresos, Terzakis e dell’Orchestra di Salonicco ha saputo rendere questa poetica concreta e persuasiva. Point of No Return dimostra perfettamente un aspetto assai delicato e sfuggente, quello di una modernità che non è fondata sulla cancellazione della memoria, ma sulla sua trasformazione irreversibile.

Per ciò che riguarda la presa del suono, effettuata da George Rekoutis e da Alexandros Raidis, questa è stata fatta in tre differenti momenti, esattamente nel febbraio, nell’aprile e nel dicembre del 2024. Nel concerto pianistico, registrato nella Ceremony Hall dell’Università Aristotele di Salonicco, la ricostruzione del palcoscenico sonoro è ampia e riverberante, con gli archi che conservano profondità, mentre il pianoforte è presente senza essere proiettato artificialmente in primo piano e con il quartetto occupa uno spazio fisico credibile. Nei pieni più complessi qualche dettaglio interno si fonde nell’ambiente, ma è il prezzo da pagare per ottenere una scena sonora coerente e una dinamica molto estesa, culminante con naturalezza nell’epilogo vocale. Le pagine cameristiche, registrate nello studio della Greek National Opera, hanno invece contorni più ravvicinati e asciutti, senza però che la ricostruzione fisica dell’evento sonoro ne soffra. Si colgono con chiarezza, difatti, chiavi, imboccature, respiri e minime differenze d’attacco; l’immagine stereofonica resta stabile anche nelle sovrapposizioni più serrate. Il solo beneficia di un dettaglio analitico mai indiscreto, mentre nei quartetti la definizione non sacrifica l’amalgama. Inoltre, il mastering ha preservato ampio margine dinamico e non ha ricercato un volume uniforme fra sessioni diverse. Da ultimo, il dettaglio è sempre preciso ed efficace nella tridimensionalità degli interpreti grazie a una buona dose di nero che li circonda.
Andrea Bedetti
Giorgos Koumendakis – Point of No Return
Vassilis Varvaresos (pianoforte) - Osmosis Saxophone Quartet - Theofilos Sotiriades (sax) - Konstantinos Terzakis (direttore) - Thessaloniki State Symphony Orchestra
CD Da Vinci Classics C01207
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5
