Ogni progetto discografico che riguarda il compositore milanese Carlo Alessandro Landini non coinvolge solo l’aspetto puramente sonoro, vale a dire la trasmissione su base acustica di una creazione artistica, ma inevitabilmente implica anche la dimensione speculativa. Questo perché il musicista in questione appartiene a quella rarissima pletora di compositori la cui produzione musicale impone non solo un tipo di ascolto attento e partecipe, ma anche una continua riflessione in atto nel momento stesso in cui il suono si propaga e prende possesso dello spazio circostante. Allo stesso modo, si ascolta la musica di Landini per pensare, per fare in modo che il suono sia solo tempo e non uno sterile e iniquo passa-tempo. Ecco perché, e affermandolo non voglio sollevare polemiche o polveroni di sorta, la sua fama è purtroppo riconosciuta in massima parte solo all’estero, dove il suo nome e la sua opera sono giustamente omaggiati, mentre nel nostro caro (si fa per dire) paese dei cachi vengono soventemente accolti con sufficienza, se non con un sentore di fastidio e di supponenza. Mi dispiace scriverlo, ma è così.

I motivi della perpetuazione del detto nemo propheta in patria che riguarda Landini possono essere riassunti sommariamente in pochi punti: nessun asservimento in ambito politico, una disarmante schiettezza della persona, tale da essere scambiata erroneamente per superbia e distacco in odor di (falsa) misantropia, il fatto di essere un umanista a tutto tondo in un’epoca nella quale l’iperspecializzazione impone di guardare con sospetto chi tende ad eccellere in altri campi (il compositore milanese è anche, allo stesso livello di quello musicale, un filosofo di razza, come dimostrano i diversi libri nei quali ha riversato le sue brillanti e acute riflessioni) e, cosa che ci interessa più da vicino, il fatto di aver risolutamente voltato le spalle, con la sua visione estetica applicata al mondo dei suoni organizzati, al mainstream dell’establishment musicale odierno, quello dominato più dall’ideologia che dall’arte e, cosa ancor più grave, per aver snobbato i rivoli di una sperimentazione fine a se stessa e le cui sementi devono essere ricondotte al potere della mano sinistra o della “forza oscura” di cui si favella di continuo nel ciclo cinematografico di Star Wars, derivati dai figli, nipoti e pronipoti dei corsi estivi di Darmstadt, la cui esistenza e la cui attività hanno portato parimenti frutti succosi, così come veleni miasmatici che ancora oggi ammorbano l’aria creativa che respiriamo.
Insomma, senza voler scomodare nomi illustri e fare paragoni che potrebbero apparire non dico imbarazzanti, ma che quantomeno potrebbero prestare il fianco a vantaggio di coloro che sono sempre pronti a gettarsi anima e corpo nella vis polemica, quanto avviene nella nostra Italietta a proposito del nostro compositore mi ricorda come negli anni Sessanta dello scorso secolo (ribadisco, anni Sessanta dello scorso secolo) il nome e le composizioni di Gustav Mahler venivano ancora guardati con sospetto e ammirati solo in circoli a dir poco esoterici di critici e ascoltatori nostrani. Ma tant’è…

Chiarito ciò, per amor e necessità di onestà intellettuale, vengo al nocciolo del mio intervento critico che riguarda, per l’appunto, un nuovo disco di Carlo Alessandro Landini pubblicato recentemente dalla Stradivarius e intitolato Music of Twilight, nel quale sono stati inseriti quattro brani destinati a formazioni diverse: View of the Cathedral of Wroclaw from the Odra River (composto nel 2016) per orchestra; Epiphanè (1995-96) per cinque strumenti; So führ’ mich, Herr, in Himmel ein (2021-22) per nove strumenti; This Heart Thy Center Is, This Flesh Thy Sphere (da un poema di John Donne) (2010) per pianoforte, clarinetto e violino, quindi composizioni che vanno a coprire un lasso di tempo di poco meno di tre decenni. Non è il caso, visto che non è la prima volta che affronto criticamente e speculativamente opere musicali del compositore milanese, che mi soffermi sulle sue caratteristiche e sulle sue peculiarità stilistiche. Semmai, questi quattro brani possono offrire un altro tipo di approfondimento corroborato e ulteriormente mirato se teniamo conto che, parallelamente con l’uscita del CD della Stradivarius, la casa editrice LIM di Lucca ha pubblicato un testo saggistico di Landini, intitolato La forma intelligente. La sonata classica - Per un’estetica dell’Avvento, in cui l’analisi musicologica viene potenziata e affinata dalla speculazione filosofica, da riflessioni sul mondo dell’arte e dell’architettura e della spiritualità. Ecco, è proprio il concetto della forma, la quale giustamente sta a cuore al nostro autore, che lo ha spinto a dedicare un volume di oltre quattrocentocinquanta pagine nel quale ha riversato spunti, richiami, analogie, polemiche e pensieri attraverso i quali far comprendere al lettore coraggioso e sufficientemente preparato di quanto sia ancora importante, fondamentale, ineludibile la questione della forma, soprattutto a fronte di un’epoca la cui liquidità, per dirla con il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, si è ormai trasformata in un’aperta e nefasta gassosità.
Ora, non è questa la sede, sia per la complessità, sia per questioni legate ad altre necessità editoriali nelle quali convoglierò le mie riflessioni e la mia analisi dedicate al suddetto saggio, di affrontare l’ultimo libro scritto da Landini, ma la cui condensazione intellettuale e artistica può offrire spunti che si riallacciano idealmente con le composizioni che fanno parte di Music of Twilight. Questo perché ciò che speculativamente il compositore milanese spiega e articola in modo a dir poco spietatamente e lucidamente nel suo corposo libro viene esemplarmente dimostrato attraverso la sua musica, come per l’appunto avviene nei quattro pezzi in questione.
La forma, dunque, che una certa vulgata grossolanamente in errore considera alla stregua di un contenitore, di un qualcosa che delimita dando atto alla forma stessa di formarsi per dare ordine all’informe. E ciò può valere non solo in ambito di produzione legata al mondo dei suoni organizzati, in quanto anche il distorto e nefasto apporto fornito dall’estetica musicale di stampo romantico ha portato a credere che la forma serve a contenere il contenuto, ossia un messaggio, un’allegoria, un “programma” per i quali la musica stessa può avere un significato, coinvolgendo di fatto anche per altre espressioni dell’universo artistico, sviate, ingannate, deturpate dalla convinzione che la forma abbia principalmente o solo tale scopo.

Per far affiorare il senso della forma, della sua indispensabile presenza (anche in un tempo che, in termini di estetica musicale, sembra non averne più necessità) è propedeutico l’ascolto della prima traccia del CD, quella che presenta il lavoro orchestrale View of the Cathedral of Wroclaw from the Odra River, un brano che prende spunto da una xilografia del 1752, tratta dall’imponente opera topografica composta dal vedutista Friedrich Bernhard Werner, la cui fama fu tale da essere nominato nel 1744 da Federico il Grande Königlich Preussischer Scenographicus, dal titolo Silesia in Compendio seu Topographia das ist Praesentatio und Beschreibung des Herzogthums Schlesiens. Questa xilografia, presente nel quarto tomo della raccolta, mostra la cattedrale di San Giovanni Battista, in stile gotico, che si trova a Breslavia dallo scorcio che si ha dal fiume Oder che attraversa la città polacca. Lo scopo di questa composizione orchestrale, eseguita nella registrazione dall’Orchestra “I Pomeriggi Musicali di Milano” sotto la direzione di Yusuke Kumehara, è quello di dare vita a una forma musicale partendo dalla proiezione di un’altra forma, quella architettonica, fissata da Werner attraverso il suo concetto prospettico, quindi trasfigurando il gioco delle linee dell’impianto gotico della struttura nella liquidità dell’apporto sonoro. Forma come trasposizione prospettica, ma non solo; ogni processo di passaggio da un ente a un altro comporta necessariamente un aggiungere o un eliminare, attivando quel filtro esistenziale che comporta l’atto creativo. Qui, il suono creato da Landini è un continuo invito, un necessario stimolo da parte dell’ascoltatore a “sollevare” l’udito, ad alzarlo come se seguisse architettonicamente le linee gotiche che si slanciano verticalmente, un’ascensione visiva/uditiva che è anche un richiamo a una spiritualità perennemente esclamata nel suo incedere musicale. E il compositore milanese lo fa con un sistematico uso dei glissandi esposti dagli archi (l’incipit del brano rimanda idealmente a quello offerto da Benjamin Britten nella sua opera lirica A Midsummer Night’s Dream, che aveva il preciso intento di trasportare l’ascoltatore “verso altri mondi”), mentre poi la massa orchestrale nel suo incedere “descrittivo” mostra acusticamente la volumetria dei pieni e dei vuoti, rese da esplosioni e implosioni timbriche, che si alternano nel dinamismo strutturale della cattedrale, satura di misteri (ci siamo capiti, vero Fulcanelli?).

Il brano che segue, Epiphanè, per pianoforte, clarinetto, flauto, tromba e corno francese, con gli artisti racchiusi nell’Ensemble Giacinto Scelsi e diretti da Gloria Clemente, ha un forte sentore “teatrale”, nel senso che ci troviamo di fronte a cinque personaggi, incarnati dai rispettivi strumenti, che pirandellianamente hanno perso il loro autore/dio, dando così vita a una “torre di babele” concentrica e labirintica, in quanto ognuno esprime un costrutto che linguisticamente non viene compreso dagli altri. Cinque linee/forme che si alternano, si sovrappongono, si scontrano, si mandano al diavolo, al punto che l’incomprensione, la non-comunicazione, sempre a livello teatrale, lasciano inevitabilmente spazio a richiami beckettiani. So benissimo che Landini odia cordialmente il cinema felliniano, ma è indubbio che nell’incedere che ogni strumento/personaggio espone per sondare il terreno prima di dare inizio a un eloquio espressivo che non avrà mai “forma compiuta”, vi sia un netto richiamo a Prova d’orchestra del regista riminese, in cui il dispiegamento dissonantico generato da ogni strumento orchestrale diviene progressivamente prodromo di un’anarchia atomizzante, la medesima che Landini espone in questo brano in modo ovviamente meno “caciarone”, meno sguaiato, ma non per questo meno efficace e propedeutico. Come a dire che la difformità della forma può essere veicolo di dissociazione, di alienazione, un continuo e infruttuoso “resettare” (mi si perdoni l’atroce anglicismo) senza che tale procedimento porti effettivamente poi a un funzionamento comunicativo.
Il terzo brano, So führ’ mich, Herr, in Himmel ein, basato su un testo pietista del XVII secolo sulla caducità della vita, al di là delle connotazioni “religiose” infuse dalle note di accompagnamento al CD a firma di Heinz Zietsch, a mio avviso mette in luce altri aspetti che devono essere rimarcati, a cominciare da quello semantico fornito da uno dei verbi più affascinanti (e anche odiati per scontati motivi) della lingua tedesca ossia zu führen, che viene tradotto con “guidare”, “condurre” e anche “indicare fattivamente”, il che mette in luce, attraverso l’universo sonoro landiniano, la capacità della forma di plasmarsi in continuo movimento. Questo condurre l’uomo verso un’altra dimensione viene formata dal compositore milanese mediante un uso costante, implacabile di nuclei accordali dissonantici che dapprima risultano essere sistematizzati in modo tale da esprimere confusione, angoscia, smarrimento, per poi progredire progressivamente (e qui sta l’indubbia capacità di Landini di plasmare la materia sonora) verso una logicità della forma musicale che invita a considerare, da parte dell’ascoltatore, un parcellizzato passaggio dall’orizzontalità alla verticalità (altro tema caro al nostro musicista). Ciò avviene attraverso un impiego timbrico dei nove strumenti in cui il loro sommarsi o sottrarsi modifica necessariamente il cangiamento da una dimensione dissonantica ad una che è prossima (ma non definitivamente) consonantica. L’irradiarsi del consonantico avviene nelle ultimissime battute della composizione grazie alla linea stabile, quasi rassicurante, del clarinetto, che suggerisce il socchiudersi di un qualcosa che è oltre. Un brano affascinante, seducente, che sollecita ulteriori ascolti per essere debitamente metabolizzato nella sua essenza creativa (anche grazie alla notevole lettura fatta dal Gruppo Bruno Maderna diretto da Remo Pieri).

L’ultimo brano, This Heart Thy Center is, This Flesh Thy Sphere, tratto, come accennato, dall’ultimo verso del poema The Sun Rising del lirico metafisico inglese John Donne, in realtà vede due parole che Landini ha cambiato dalla versione originale, ossia Heart che prende il posto di Bed e Flesh che sostituisce Walls. Un cambiamento che la dice lunga sulle intenzioni del compositore, quasi a voler siringare un afflato di “transustanziazione” nella caratura semantica della composizione, un desiderio di trasformare il fisico in metafisico, andando perfino oltre la volontà spirituale del poeta londinese. Una spiritualità che lo stesso Landini ha ulteriormente aumentato aggiungendo al clarinetto e al pianoforte, previsti nella versione originale, anche la presenza del violino, in modo da “sollevare” la partitura su territori acuti e sovracuti, permettendo così allo svolgimento della struttura una sorta di “levitazione”, di aurea sospensione timbrica, in nome di un formare che può a volte anche condurre al ri-formare. La stasi pianistica e clarinettistica viene così ammantata da una visione, quella violinistica, che è libera di espandersi, di volteggiare, di ondeggiare, di incunearsi tra gli accordi severi e discreti degli altri due strumenti, così come il cuore fa nei confronti della carne. A eseguire adeguatamente il brano nella registrazione sono stati Galina Evgenyeva Rossimova al pianoforte, Igor Lukyan Salavëv al clarinetto e Refael Negri al violino.

Come sempre, Andrea Dandolo ha effettuato una presa del suono davvero rimarchevole, con una dinamica pulita, precisa, veloce e corroborata da un’energia in grado di esaltare gli sbalzi timbrici degli strumenti. Il parametro del palcoscenico sonoro ricostruisce strumenti e interpreti al centro dei diffusori, posti a una discreta profondità e con il suono che si irradia piacevolmente in altezza e in ampiezza. Anche l’equilibrio tonale e il dettaglio non tradiscono: se il primo risulta essere debitamente scontornato tra registro medio-grave e quello acuto, il secondo è sufficientemente materico e in grado di offrire una proiezione tridimensionale degli strumenti.
Andrea Bedetti
Carlo Alessandro Landini – Music of Twilight
Interpreti vari
CD Stradivarius STR 37335
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4,5/5