Intervista al giovane chitarrista veneto, protagonista di due recenti registrazioni discografiche dedicate alle opere complete per chitarra di Vicente Asencio e alla musica contemporanea italiana, con una stimolante raccolta di brani dei maggiori compositori tuttora viventi. Ecco che cosa ci ha detto

Maestro Mesirca, quali sono stati i motivi che l’hanno spinta a registrare le opere per sola chitarra del compositore valenciano Vicente Asencio? Che cosa l’ha colpita in esse?

Mi ha colpito molto la bellezza intrinseca di questa musica, di stampo intimista, e con una poetica molto simile a quella professata dal catalano Federico Mompou, che trova nel verso, tratto dal Cantico di San Juan de la Cruz (1542-1591) un’immagine rivelatrice: «La noche sosegada/en par de los levantes del aurora,/la música callada,/la soledad sonora,/la cena que recrea y enamora» (“La notte pacifica/persino nel sorgere dell’alba,/la musica tranquilla,/la solitudine sonora,/la cena che ricrea e si innamora” N.d.R.). Mi piace molto la ricerca estetica nel suono, nelle armonie di stampo post-impressionista, nelle scelte delle melodie, e la ricerca che, da compositore non-chitarrista, ma vicino a uno dei grandi virtuosi del suo tempo (Narciso Yepes), ha compiuto nella scrittura per chitarra, trovando anche soluzioni innovative. Come successo con altri compositori extra-chitarristici (penso agli inglesi Reginald Smith-Brindle o a Benjamin Britten), il suo apporto alla scrittura per chitarra è stato senza dubbio nuovo, soprattutto nella collezione Collectici Íntim del 1965.

Il compositore e direttore d'orchestra valenciano Vicente Asencio in un'immagine del 1969.

Come si pone l’opera, non solo chitarristica, di Asencio nella musica iberica della prima metà del Novecento?

Asencio ha scritto la sua prima opera per chitarra, un abbozzo di quello che poi troverà in Suites di più largo respiro lo sviluppo pieno della sua poetica, nel 1935; è un breve componimento chiamato Cançó d’Hivern. Dovranno poi passare molti anni, prima che Asencio decida di dedicarsi nuovamente alla scrittura per chitarra, e nel frattempo ha scritto molte opere per pianoforte, formazioni da camera e orchestrali. L’educazione di Asencio fu solidissima: studiò presso l’Accademia Marshall a Barcellona con allievi diretti di Pedrell, Albéniz e Granados, proseguendo e sviluppando la sua arte tramite i consigli di Turina e Halffter. Insegnò storia della musica e composizione al Conservatorio di Valencia, dove, assieme ad altri artisti, formò il “Grupo de los Jovenes”, che aveva l’intento di ridare vigore alla musica valenciana. Quindi, sebbene in Spagna la dodecafonia (con, ad esempio, il catalano Roberto Gerhard, espatriato in Inghilterra) fosse una pratica già adottata e consolidata, Asencio promuove un provincialismo raffinato, come direbbe Lorca universal, seguendo la linea del suo grande idolo, Manuel de Falla, a cui dedica una meravigliosa Elegia. Asencio è stato comunque considerato, già in vita, musicista colto e raffinato e, ad esempio, di questa accettazione da parte della vita musicale spagnola, basti pensare che la Radio Nazionale gli commissionò un lavoro (che risultò poi essere il suo ultimo contributo per la chitarra, la Suite Mistica del 1971) dedicato alla Settimana Santa, e che il grande Andrés Segovia eseguì ed incise.

Il chitarrista veneto Alberto Mesirca (Foto di Giulio Favotto).

Passando alla musica contemporanea italiana per chitarra, quali sono a suo parere le sue principali peculiarità e come si raffronta rispetto alle altre realtà, specifiche a tale strumento, presenti all'inizio del terzo millennio nel contesto occidentale?

La domanda apre la via a moltissimi ragionamenti. Posso parlare sicuramente secondo la mia esperienza personale descrivendo le peculiarità che mi hanno spinto a scegliere i brani per il disco. Innanzitutto, oggigiorno non c’è più una scuola-guida, un filone stilistico predominante che schiaccia gli altri, e che regna sovrano rispetto ad altre visioni. La molteplicità degli stili e delle influenze credo siano delle caratteristiche della musica di oggi. Ecco, allora, che la scelta dei brani da suonare o registrare risulta ancor più una scelta responsabile. Ho cercato di trovare pezzi che mantenessero sempre un livello di scrittura elevato, sebbene attraverso idiomi e linguaggi differenti. Ho avuto la fortuna di poter registrare alcuni brani in prima assoluta, come la Sonata Lettere a Fryderyk di Angelo Gilardino, Il libro dei volti - parte seconda di Carlo Boccadoro, Minuta di Filippo Perocco (dedicato), Lubrico di Edoardo Dadone (dedicato), Kcor di Marco de Biasi (dedicato), e brani di Marco Ramelli, Franco Cavallone, Alfredo Franco, Cristiano Porqueddu e Andrea Noce, tutti dedicati. La difficoltà maggiore di incidere un brano in prima assoluta è il non avere alcun metro di paragone con registrazioni già preesistenti, ma la collaborazione diretta con i compositori è stata sicuramente utile e importante. Oltre a questi compositori, ho incluso brani di Ennio Morricone, Claudio Ambrosini, Salvatore Sciarrino, Michele Dall’Ongaro, Nicola Campogrande, Alessandro Solbiati, Giovanni Sollima, il cui brano Free Life on Earth ha ispirato il titolo del disco, Free Guitar on Earth, che un po’ esprime la visione, libera da condizionamenti, che ha portato alla scelta delle composizioni registrate. Come si rapporta questa scelta di repertorio rispetto ad altre realtà legate allo strumento? Sicuramente, oggettivamente in modo ancor troppo marginale. Nei festival di chitarra si segue ancora una linea che tende alla tradizione, all'esecuzione di brani di repertorio assodati, e il “rischio” si prende ancora oggi con eccessiva misura.

Il compositore Manuel de Falla.

La musica contemporanea, nei suoi vari aspetti e nelle sue realizzazioni armoniche e timbriche, ha indubbiamente valorizzato alcuni strumenti musicali rispetto ad altri. A tale riguardo, come si situa la chitarra classica? Ne esce a testa alta oppure risulta essere, per così dire, emarginata?

Già dai primi anni del ‘900 la chitarra ha avuto una straordinaria rinascita, e credo che, attraverso il lavoro di alcuni eccellenti compositori-chitarristi come Miguel Llobet, si sia riscoperto il vero valore del nostro strumento, che trova nell'ampio spettro timbrico la sua forza maggiore. Questa estetica si è sostituita a quella ottocentesca, secondo cui la chitarra doveva imitare i grandi virtuosismi pianistici (come in Regondi, Zani de Ferranti) o l’orchestra (come in Giuliani), o fungere da strumento di accompagnamento alla voce o al violino. Questa poetica è stata capita da Manuel de Falla e, a partire dal suo Homenaje pour le Tombeau de Debussy, si è aperta una linea di compositori che hanno seguito le sue orme.

In realtà il recupero di strumenti, che nell'Ottocento aveva subito la supremazia del pianoforte e del violino o dell’orchestra sinfonica, è un avvenimento a senso lato nel ‘900. Basti pensare al recupero del clavicembalo, proprio con Falla, con il suo Concertino, oppure l’inserimento della chitarra nella Nachtmusik della Settima sinfonia di Mahler, accanto ai mandolini, oppure alla scelta dell’organico dei Fünf Stücke Op. 10 e Zwei Lieder op. 19 di Webern, e la Serenade di Schönberg Op. 24, tutti lavori che includevano la chitarra. E sempre più, fino a opere più recenti, come l’ultimo, straordinario lavoro di Bernd Alois Zimmermann, Ich wandte mich und sah an alles Unrecht, das geschah unter der Sonne, che ho avuto la fortuna di suonare a un festival a Düsseldorf. Insomma, la chitarra ne esce sicuramente a testa alta.

La canonica domanda finale: quali sono, tenuto conto dei difficili tempi che stiamo affrontando e vivendo, i suoi prossimi progetti discografici?

In questo periodo sto lavorando sull'incisione della Sonata of Loneliness di Peteris Vasks, Air with Variations di Mark Anthony Turnage, Two Moods del compositore russo, vissuto in Inghilterra e morto quest’anno, Dimitrij Smirnov, e Preludi di Marco de Biasi. Attualmente, sto lavorando in profondità su questi pezzi in vista della loro incisione.

Andrea Bedetti


Andrea Bedetti

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