Se nella storia degli strumenti musicali esistono figure nelle quali compositore, interprete e artefice finiscono per coincidere, quella di Raffaele Calace (Napoli, 1863-1934) ne rappresenta un esempio pressoché paradigmatico. Liutaio appartenente a una famiglia che aveva fatto della costruzione degli strumenti a plettro una propria tradizione, virtuoso, didatta, editore e compositore, Calace contribuì in modo determinante all’emancipazione del mandolino dalla dimensione prevalentemente popolare e salottiera nella quale era stato a lungo confinato, facendone uno strumento da concerto dotato di un’autonoma letteratura. Questo processo di emancipazione, però, non dev’essere considerato solo per ciò che riguarda il repertorio in senso lato, poiché il “Mandolino Classico da Concerto” da lui progettato, con una tastiera estesa fino al ventinovesimo tasto, rispondeva precisamente all’esigenza di ampliare le possibilità tecniche, timbriche ed espressive dello strumento. Parallelamente, da un punto di vista tecnico-teorico, il suo monumentale Metodo per mandolino, articolato in ben sei volumi e pubblicato nel 1910, ne sistematizzava le risorse.

In tale prospettiva, i dieci Preludi per mandolino solo, riuniti in questa registrazione della Da Vinci Classics ad opera del giovane mandolinista Eugenio Palumbo, assumono un significato che oltrepassa quello della semplice raccolta di pezzi virtuosistici. Questi brani, composti nell’arco di quasi tutta la carriera di Calace, dall’op. 45 all’op. 175, non costituiscono infatti un ciclo unitariamente concepito, visto che appartengono a un corpus di diciotto Preludi, otto dei quali destinati al liuto cantabile, e documentano il progressivo sviluppo di una scrittura nella quale il mandolino acquisisce una sorprendente “autosufficienza musicale”. Il riferimento ai Capricci di Paganini, opportunamente ricordato nelle note del disco ad opera dello stesso Palumbo, va inteso non tanto in termini di imitazione quanto quale comune aspirazione a trasformare le difficoltà strumentali in una reale sostanza compositiva.
È proprio questo aspetto a emergere con particolare evidenza nell’interpretazione del giovane mandolinista carpigiano. Già nel Preludio n. I in sol maggiore, op. 45, prima composizione di Calace destinata al mandolino senza accompagnamento, Palumbo evita di presentare la pagina come un “catalogo di effetti”. L’attacco del plettro è netto senza risultare secco, il tremolo possiede continuità e soprattutto una notevole duttilità dinamica, mentre il passaggio tra figurazioni rapide, accordi e linee cantabili avviene senza spezzare la direzione del discorso. Ne deriva quella sensazione di pluralità di piani sonori che costituisce uno dei tratti più affascinanti e distintivi della scrittura di Raffaele Calace.

Ancora più indicativo è il Preludio n. III in si minore, op. 63, nel quale la componente virtuosistica convive con un carattere decisamente più inquieto e drammatico. Palumbo mostra qui di possedere non soltanto sicurezza tecnica - evidente nella precisione degli attacchi e nella pulizia dei passaggi più impervi - ma anche la capacità di differenziare il peso delle frasi e di lasciare respirare la componente lirica, con il tremolo che non viene utilizzato come semplice espediente per prolungare artificialmente il suono, ma diventa una vera qualità del fraseggio, capace di creare tensione e distensione.
Il brevissimo Preludio n. XI in sol maggiore, op. 136, composto, come il successivo op. 137, durante la traversata del Golfo del Siam a bordo della nave Fiume-F, rivela invece il versante più mobile e scintillante del linguaggio del compositore e didatta partenopeo. Qui colpiscono la leggerezza dell’articolazione e la rapidità con cui Palumbo modifica carattere e prospettiva timbrica, senza che la brillantezza degeneri mai in esibizione. Al contrario, nel Preludio n. XV in sol minore, op. 151 il clima muta nuovamente: la scrittura appare più concentrata, talvolta quasi interrogativa, e il nostro interprete ne restituisce efficacemente le zone d’ombra, sfruttando il contrasto tra risonanza, attacco e silenzio.

Il Grand Prelude in re minore, op. 175, posto significativamente a conclusione del programma, permette infine di comprendere quale distanza separi l’approdo maturo di Calace dalle prime esperienze solistiche. L’ambizione formale cresce, il gesto assume un respiro più ampio e la scrittura sembra voler continuamente superare i limiti fisici dello strumento. Palumbo affronta la pagina senza appesantirla: conserva chiarezza nelle figurazioni più dense, governa con intelligenza le accelerazioni della tensione e, soprattutto, mantiene percepibile l’architettura complessiva dietro la spettacolarità della superficie.
Nato nel 2001 e formatosi dapprima con il padre Roberto, quindi con Dorina Frati al Conservatorio di Brescia e con Vincent Beer-Demander al Conservatoire Royal de Liège, Palumbo appartiene a una generazione di mandolinisti per la quale il recupero del repertorio storico procede parallelamente al confronto con la musica contemporanea. Non per nulla, questo disco è nato da un lavoro sulle fonti condotto nell’archivio della famiglia Calace e viene presentato come la prima registrazione integrale dei Preludi realizzata da un interprete appartenente alla scuola mandolinistica italiana.

Anche la presa del suono, effettuata da Andrea Pace e Valdimiro Buzi, ha contribuito al risultato positivo globale del progetto: il mandolino è restituito con presenza e definizione, ma senza un’eccessiva enfatizzazione dell’attacco del plettro, merito di una dinamica più che efficace e dotata di una sufficiente naturalezza; inoltre, rimangono percepibili la risonanza della cassa e il decadimento naturale del suono, elementi indispensabili per apprezzare il gioco fra canto e articolazione. Anche il parametro del palcoscenico sonoro permette di apprezzare la ricostruzione dello spazio fisico dell’evento sonoro, con lo strumento posto correttamente al centro tra i diffusori e con il suono capace di farsi notare in ampiezza e in altezza. Di egual valore l’equilibrio tonale e il dettaglio, con il primo rispettoso dei registri e il secondo connaturato da una debita matericità.
Andrea Bedetti
Raffaele Calace – 10 Preludes for Solo Mandolin
Eugenio Palumbo (mandolino)
CD Da Vinci Classics C01204
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5
