La musica non muore con la fine del suo ascolto, quando l’ultima nota si spegne nel silenzio. Il pensiero e il ricordo non lo permettono, dando modo all’ascoltatore di ascoltare interiormente ciò che in precedenza ha ascoltato fisicamente. Un ascolto che si fa necessariamente riflessione, indagine speculativa ed estetica, in quanto il mondo dei suoni va a stimolare il mondo delle parole e delle immagini. Ecco perché l’arte musicale non dovrebbe mai essere disgiunta da quella della pittura e della letteratura, come ci hanno insegnato alcuni periodi della storia culturale occidentale, attraverso l’Umanesimo e il Rinascimento, così come il Barocco e il Romanticismo, o ancora la ferrea e affascinante liaison che lega musica, parola e segno nelle avanguardie del primo Novecento.

Saper ascoltare, in fondo, significa saper gestire e sfruttare vari piani di ascolto, in quanto la musica continua a esistere e a manifestarsi in qualsiasi forma e modo dopo il suo ascolto, poiché l’ascolto è rappresentazione stessa dell’uomo e dove l’uomo è, là vi è anche ascolto. Ci sono composizioni, poi, che fanno in modo di indurre a una riflessione profonda e partecipe colui che le ascolta, a cominciare dall’universo bachiano, il cui articolarsi sonoro è fonte di un’inesauribile ricerca esistenziale, mettendo l’uomo di fronte a territori escatologici dai quali non può esimersi dal porsi domande che non necessitano di una risposta, in quanto il loro affiorarsi è già risposta data la nostra relatività.

Ma per pensare e immaginare la musica (anche se gli epigoni di Hanslick potranno inorridire di fronte a tale espressione) non c’è bisogno di rivolgersi a vette quasi inaccessibili, come nel caso di Bach, o a profondità abissali, come nell’arte beethoveniana, ma è sufficiente individuare altre composizioni che, scevre da strutture complesse, possono instillare riflessioni e visioni che vanno a collimarsi con quello che siamo interiormente, dando vita a proiezioni e a sensazioni che appartengono esclusivamente a chi le crea, poiché il mistero della creazione musicale è anche foriero di un altrettanto mistero, quello della ri-creazione stessa dell’atto artistico in chi lo ascolta e lo pensa.

E una registrazione che in tal senso può dare vita a questo tipo di processo riflessivo/immaginativo è quella presa in oggetto in questa recensione, con il Nuovo Trio Parsifal (composto da Anna Paola Milea al pianoforte, Patrizia De Carlo al violino ed Emilia Slugocka al violoncello) che ha voluto incidere otto brani scritti da sette compositori in un arco di tempo concentrato tra il XIX secolo e il presente, pezzi capaci di andare a formare, per via delle loro peculiarità espressive e melodiche, altrettanti quadri interiori fatti di pensieri, emozioni e sensazioni tali da dare vita a quello che è il titolo del disco, ossia a dei Invisible Landscapes, dei “paesaggi invisibili”, dove per invisibilità si deve intendere una suprema intangibilità, tale è la loro rarefazione, la loro impalpabilità espressa dal triangolo equilatero cameristico dato da pianoforte, violino e violoncello.

Il disco prende avvio con due composizioni della musicista francese Mélanie Bonis (conosciuta con il nome di Mel per nascondere il fatto di essere una donna), autrice di uno sterminato catalogo a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima di quello successivo, ossia Soir e Matin, come a dire la fine che si rigenera nel principio, in un alternarsi continuo, un inestricabile anello di Moebius che si fa suono, in cui tenebre e luce si compenetrano, così come l’energia pulsante dei pensieri possono sperdersi in molteplici rivoli che si nutrono di melodie e di temi che trovano rifugio nella mente di chi ascolta. Un’altra compositrice, con ben altra fama e importanza, è Lili Boulanger, raffinata musicista e sorella minore di Nadia Boulanger, la leggendaria didatta presso la quale si sono formati plotoni di autori e interpreti provenienti da ogni parte del mondo nei primi decenni del Novecento. Si parla di Lili Boulanger e si evoca il sapore della morte, morte che colse la compositrice francese a nemmeno venticinque anni, portata via da una tubercolosi intestinale, la cui essenza dissolutrice trova spazio anche nell’opera proposta dal trio, D’un matin de printemps, nato come poema sinfonico nei suoi ultimi due anni di vita e poi trasposto in chiave cameristica. Un brano in cui la voglia di vivere cerca di ribellarsi, di trovare ancora la forza di opporsi al richiamo ineluttabile della morte, in larvate dissonanze che trasmettono l’energia di chi vuole ancora alzare il corpo malato dal letto, per poi ricadere inerme, un’immagine che sembra riecheggiare simbolicamente l’Allegro vivace della Sinfonia Patetica di Čajkovskij, che precede l’ultimo tempo, quella marcia funebre singhiozzante che è l’Adagio lamentoso. Andante o uno dei più celebri dipinti di Edvard Munch, La fanciulla malata, che mostra gli ultimi istanti di vita di una bambina minata dalla tubercolosi, che cerca ancora di parlare alla madre, ultimo atto di amore verso la vita.

Il Trio in mi bemolle maggiore “per organo” di Lorenzo Perosi si trasforma nella trascrizione per violino, violoncello e pianoforte effettuata da Andrea Montepaone in una pagina la cui malinconia si rende manifesta fin dal titolo crepuscolare de La luce di settembre, mentre è Anna Paola Milea a trascrivere per il trio con pianoforte una delle pagine pianistiche più celebri del giovane Debussy, Rêverie, uno dei tributi che il compositore francese diede al culto delle tenebre, un pastello offuscato, in cui sensualità e malinconia si coniugano in uno spleen irresistibile che può sedurre come il bacio dato da un vampiro, anche grazie al cesello timbrico manifestato da questa trascrizione. L’Elegia di Josef Suk è uno dei tanti modi in cui la musica ha cercato di rappresentare colui che non c’è più, colui che la morte ha strappato alle persone care, consegnandolo di fatto al mondo dei ricordi, che in questo caso riguarda un amico del grande musicista ceco, lo scrittore Julius Zeyer. Il suono, acusticamente, è fatto della stessa materia del ricordo, poiché diviene evanescente fino a scomparire per poi riapparire improvvisamente, visioni pulsanti che portano l’ascoltatore a vedere (questa è la forma verbale più precisa) nella musica una catalizzatrice di continue evocazioni, in cui i ricordi si affacciano continuamente, ri-presentando coloro che ci precedono lungo il sentiero dello scomparire.

Il nucleo primario di questa registrazione è dato indubbiamente da una pagina giovanile di Rachmaninov, il Trio Elegiaco n. 1, che il musicista russo compose nel gennaio del 1892, quando non aveva ancora compiuto vent’anni. Ascoltando quest’opera, dolente, rarefatta, ritmata da una vuota sofferenza, ci si chiede inevitabilmente che cosa provocò in un compositore poco più che adolescente un tale abisso esistenziale, un precipitare al rallentatore, cercando con lo sguardo il cielo con la speranza di poterlo raggiungere almeno con gli occhi e con la forza delle note e degli accordi, con una dolente marcia funebre che accompagna mestamente il fluire finale del suono. Il disco si conclude con Il canto del vento, una pagina composta da Andrea Montepaone, la cui formazione di compositore per il cinema e la televisione si evidenzia con una scrittura contraddistinta da un susseguirsi di melodie a “presa rapida”, tipica di quelle musiche che devono “accelerare” il coinvolgimento dello spettatore nel corso della proiezione delle immagini.

Soltanto un trio composto da sole artiste avrebbe potuto rendere al meglio, dietro l’appassionato e delicato equilibrio timbrico di queste esecuzioni, il messaggio, il denominatore comune, l’obiettivo di questo disco “programmatico”, una scelta che spesso e volentieri si ritorce contro chi lo porta avanti, snaturando l’essenza intima di quanto interpretato con lo scopo di forzarne la natura per indirizzarla verso il messaggio proposto. Qui, per fortuna, non accade, in quanto le tre interpreti, unite da una profonda sensibilità emotiva e artistica, non solo salvaguardano il DNA di ogni brano (almeno di quelli che già conoscevo, al di là del pezzo di Montepaone e della sua trascrizione perosiana che ho ascoltato per la prima volta, così come la trascrizione di Rêverie), ma riescono anche a trasmettere l’idea del ricordo, della morte, delle tenebre, di quel «Non amo che le rose che non colsi», quel sentore che solo la musica, quando resa con la dovuta attenzione e il dovuto rispetto, riesce a comunicare.

Più che accettabile anche la presa del suono, anche se, a livello di palcoscenico sonoro, a volte il pianoforte risulta essere troppo arretrato rispetto ai due strumenti ad arco, il che va a inficiare leggermente l’equilibrio tonale, con questi ultimi due (specialmente il violoncello) che tendono a coprire il registro medio grave dello strumento a tastiera.

Andrea Bedetti

 

AA.VV. – Invisible Landscapes

Nuovo Trio Parsifal

CD BAM 17604

Giudizio artistico 4/5

Giudizio tecnico 4/5


Andrea Bedetti

Andrea Bedetti