Oltre ad aver studiato, tra gli altri, con Azio Corghi, la compositrice e pianista Rossella Spinosa ha avuto come insegnante Luis Bacalov, un nume tutelare per ciò che riguarda la musica per il cinema, senza contare che in termini di attività artistica ha scritto l’accompagnamento per non meno di ottanta film muti del passato. Questi dati ci permettono di capire, volenti o nolenti, che ci troviamo di fronte a un’artista che è affascinata, come ammette ella stessa, dal rapporto che si può venire a creare tra suono e immagine (per sincerarsi degli effetti che a livello psicologico ed estetico porta tale tipo di rapporto basta guardare una scena cinematografica che preveda la presenza di un accompagnamento musicale dapprima senza l’ausilio dell’audio e poi con l’ascolto stesso, così come  si può sperimentare l’operazione inversa, ossia ascoltando dapprima il segmento musicale senza la presenza video e poi con la scena in questione per la quale è stata scelta o creata: per esempio lo struggente “Tema di Camilla”, per orchestra d’archi, composto da Georges Delerue che fa da Leitmotiv nel film di Godard Le Mépris e poi come lo stesso tema musicale venga ripreso da Scorsese in una scena evocativa di Casinò).

Ma affrontare un’analisi e una debita riflessione su una registrazione discografica da parte di una musicista che si occupa anche di musica per il cinema può risultare fuorviante, soprattutto se la registrazione in questione, che presenta nove brani scritti da Rossella Spinosa per orchestra, musica da camera e pianoforte, è foriera di un linguaggio che esula in massima parte da quel certo rigorismo che contraddistingue la maggior parte della musica contemporanea attuale, quella votata, tanto per intenderci, allo smantellamento sistematico di un costrutto sonoro, esaltando masse o agglomerati cellulari o, all’opposto, fissando nello spazio d’ascolto singoli punti distintivi, suoni come isolati mattoni capaci di dare vita a dimensioni del tutto autosufficienti. Al contrario, le opere qui presentate formano già all’interno delle loro partiture delle “storie”, storie di note, di accordi, punti di inizio che portano a punti (apparentemente) finali. Musica come decorso, a livello di struttura, di cammino sonoro (e non acustico), con cui si deve fare i conti, in termini di focalizzazione critica, anche con l’elemento ambivalente dato dai titoli stessi (e qui si capisce meglio il perché della premessa relativa ai rapporti di Rossella Spinosa con il genere della musica per film). Titoli che ovviamente non hanno e non devono avere nulla di programmatico, nel senso che la loro funzione non è di stabilire, conchiudere, fissare, ma soltanto indicare possibili tragitti di ascolto e assimilazione. Ne fa fede il primo dei nove lavori presentati, L’albero delle salamandre per orchestra; una composizione tripartita, se così si può definire formalmente, in cui l’elemento costruttivo si fonde e si confronta con delle variazioni di ritmo che necessariamente possono rimandare all’idea di questi animali che sanno alternare movimenti veloci, scattanti ad altri più rallentati. Altri brani, invece, richiamano dimensioni non date da immagini, bensì da passaggi letterari (come nel caso di Genesi 19, sempre per orchestra, dove la massa sonora si confronta con il celebre passaggio biblico in cui si narra della distruzione di Sodoma e Gomorra), o a concezioni di stampo antropologico (La donna che correva con i lupi, per pianoforte e quartetto per archi, in cui l’autrice manifesta musicalmente l’immagine psicanalitica della junghiana Clarissa Pinkola Estés, che si basa sul concetto della Donna Selvaggia), fino alla proiezione sonora data da Deux Premiers et un seul multiple, per sax contrabbasso e sax baritono, pezzo commissionato da Daniel Kientzy, in cui Rossella Spinosa gioca su una sorta di Doppelgänger timbrico, esplorando l’emissione sonora dei due strumenti e valutandoli alla luce di un possibile “terzo suono” che scaturisce dalla loro unione.

A questo punto, evitando l’annoso abbinamento musica-cinema, si deve capire che cosa si nasconde dietro il concetto di “immagine”, qualunque essa sia, dalla quale scaturisce la trama creativa di Rossella Spinosa. Da parte mia, ho la sensazione che la compositrice lombarda si richiami a quanto Debussy diceva a proposito delle sue images, a quelle immagini che non erano da definirsi semanticamente tali, ossia a dimensioni visive fissate nel tempo e nello spazio, ma alle emozioni che tali immagini possono produrre, che siano reali o proiezioni del nostro Io, punti, linee, colori, macchie capaci di formare ciò che può essere intuito dal nostro spirito, dalla nostra mente nel momento stesso in cui affiorano e ne avvertiamo la loro presenza. E forse sta anche in ciò la grande passione che la compositrice nutre per il cinema e di come il suono può completare o sovrapporre l’immagine in movimento, musica che è ricerca di movimento nell’ambito temporale così come in quello spaziale (un brano come Ohne Eile, per pianoforte a quattro mani, è sintomatico a tale proposito), ma che diviene anche termine di sentimento, di alimento emotivo, di materializzazione di un passato che illusoriamente si cerca di ri-proporre in termini di realtà evocativa, come nell’ultimo pezzo del disco, Ruhig, per pianoforte, composto per ricordare il padre appena scomparso, in cui una dimensione timbrica intrisa di tranquillità si trasforma in un album di ricordi attraverso i quali ogni nota e ogni accordo si legano indissolubilmente a un fatto, a una parola, a un gesto che riguardavano la figura paterna e che idealmente avrebbe potuto essere utilizzato dal regista giapponese Kumai per il suo film Morte di un maestro del tè.

Buone, in linea generale, le varie prese del suono, con una dinamica che riesce a manifestare adeguatamente il timbro in modo veloce e abbastanza naturale. Stesso discorso per il palcoscenico sonoro, capace di riprodurre spazialmente in modo corretto orchestra e strumenti da camera, così come per il dettaglio e l’equilibrio tonale.

Andrea Bedetti

 

Rossella Spinosa – Orchestral and Chamber Works Vol. 1

Orchestra I Pomeriggi Musicali – Rephael Negri (violino) – PIANOx2 – Jean-Claude Dodin (sax baritono) – Daniel Kientzy (sax contrabbasso) – New MADE Ensemble – Pietro Mianiti – Alessandro Calcagnile

Giudizio artistico: 4/5

Giudizio tecnico: 3/5