Una regia storica per Il trovatore, andato in scena il 2 & 4 ottobre, al Teatro La Fenice di Venezia è stata quella del newyorkese Lorenzo Mariani, figlio di genitori spezzini. Per le circostanze note, purtroppo, a tutto il mondo teatrale e non solo, l’allestimento è stato opportunamente riadattato in forma semi-scenica, ostacolo che non ha impedito a questa seconda rappresentazione dell’opera verdiana nel teatro veneziano un risultato artistico e scenografico positivamente sorprendente. La regia, originariamente, era stata pensata in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia come una rievocazione del mondo epico medievale (in cui l’opera è ambientata) e rielaborata con un’ottica più ottocentesca. In effetti, questo adattamento è da considerarsi riuscito, per quanto la forma semi scenica ci abbia consentito di cogliere. Se non fosse per le distanze obbligate tra gli artisti, si potrebbe quasi immaginarla come una regia minimalista dall’eccellente risultato, una sorta di prezioso Kammerspiel.

© Foto Michele Crosera.

Sul podio, il maestro concertatore Daniele Callegari si è trovato particolarmente coinvolto dalla direzione ed è stato in grado di ottenere dalla ben preparata orchestra una coesione non di poco conto fin dalle primissime note da un imponente ma soffuso inizio dei timpani, fino ai successivi fiati e archi senza far scemare il pathos che le percussioni avevano evocato.

Subito a seguire, il basso Simon Lim dalla precisa dizione e potente strumento vocale si è dimostrato all’altezza del ruolo impegnativo di Ferrando, in particolare nella prima aria dell’opera quale “Abbietta zingara”, accompagnato dal coro magistralmente preparato da Claudio Marino Moretti.

La scena successiva si è aperta con Roberta Mantegna e Lucia Raicevich, nei panni di Leonora e Ines, nella loro stanza del Palazzo, entrambe precise e impegnate, così come nelle due arie di Leonora “Tacea la notte placida” e la decisamente più impegnativa “Di tale amor”.

© Foto di Michele Crosera

Con la scena successiva ha fatto il suo ingresso il Conte di Luna, in tipico abito ottocentesco, interpretato da Luca Micheletti. Difficile inizialmente comprendere la figura del Conte, in quanto viene presentato come terrorizzato e spaventato dalle parole che il Trovatore rivolge a Leonora e dalla risposta di Lei, quando invece spesso e volentieri viene inscenato come carico d’ira e desideroso di vendetta nei confronti dello stesso Trovatore. Una “variazione caratteriale”, questa, seppur scritta solo nella prassi d’esecuzione e non da Verdi, che è stata perfettamente studiata dall’interprete che ha saputo trasmetterla specialmente con una magistrale mimica.

L’inizio della seconda parte era atteso con curiosità per come il coro e l’orchestra avrebbero potuto rendere uno dei passi operistici più noti dell’opera, ossia il “Coro degli zingari”, seguito da un’altra aria che presenta il personaggio della vera protagonista dell’opera, la zingara Azucena. Ricordiamo brevemente che, nell’ideale di Verdi, così come per Il rigoletto, anche Il trovatore doveva avere al centro un personaggio anticonvenzionale, Azucena, appunto. La difficoltà di trovare una ideale interprete mezzosoprano per questo ruolo impegnativo portarono l’opera ad avere due protagoniste, vale a dire Azucena e il soprano Leonora.

Ed è proprio con “Stride la vampa” che si presenta l’eccellente Azucena di Veronica Simeoni, capace di dare vita a un personaggio dall’estrema versatilità e movimento, come hanno dimostrato queste due scene della seconda parte assieme al Manrico di Piero Pretti, altro interessante interprete sfornato in questa rappresentazione che ben si rapporta con la “madre” Azucena, sia vocalmente sia scenicamente.

© Foto di Michele Crosera

A metà della seconda parte, il Conte e Ferrando con un veloce scambio di battute, sono tornati sulla ribalta, seguiti da due momenti dedicati a una rapida evoluzione del personaggio del Conte, dapprima, con “Il balen del suo sorriso”, durante il quale si strugge per il suo amore verso Leonora e poi, immediatamente dopo, udite le campane che segnalano l’imminente ingresso di Leonora in monastero, medita sul rapimento dell’amata ([…] non può nemmeno un Dio, donna, rapirti a me!). Ebbene, questo veloce cambiamento del Conte è stato eccezionalmente colto dal baritono Micheletti specialmente sotto l’aspetto recitativo. A seguire il coro che, con minuzia di dettagli, ha saputo incastonare il breve accompagnamento “Ardire!”.

La terza parte ha mostrato un inizio ben marcato e deciso sia del coro che dell’orchestra, come si è evidenziato nell’aria orchestrale di “Squilli, echeggi”. Di nuovo degna di nota la presenza di Simeoni nella sua Azucena, con un intervento preciso in ogni sua parte in “Ivi povera vivea”, mentre successivamente si sono fatti debito spazio anche Manrico e Leonora nella scena sesta, con il primo, nella ben nota aria “Di quella pira”, preciso seppur con qualche intoppo nella dizione e nei momenti di fiato, anche se è apparso nettamente migliorato nel finale con il coro.

© Foto di Michele Crosera

Nella quarta e ultima parte, Leonora si è trovata al centro della scena in numerose occasioni, come nell’aria “Quel suon, quelle preci”, nella quale il soprano Roberta Mantegna è apparsa più incerta rispetto ad altri momenti, oltre a tendere eccessivamente al registro acuto per quanto il timbro di questo momento sia più grave, una mancanza che è stata prontamente recuperata poche battute dopo. Il registro acuto ha sedotto anche Manrico, che a tratti è sembrato difficilmente sostenere l’andamento dell’esecuzione con frammenti particolarmente soffocati.

Di nuovo Leonora con una lieve difficoltà nell’articolazione delle frasi nell’aria “Tu vedrai che amore in terra”, difficoltà che sono sembrate ripercuotersi anche sull’espressività generale. Da riconoscere, però, l’ottimo strumento vocale del soprano dimostrato non solo fino a quel momento, ma anche successivamente, come nel duetto con il Conte (un sempre incisivo Luca Micheletti). Un altro duetto degno di nota è stato quello immediatamente successivo tra Manrico e Azucena, con la seconda precisa fino all’ultimo, mentre il primo in netto miglioramento dopo la breve défaillance di poco prima, miglioramento che è perdurato anche nello scambio di battute con Leonora nel finale. A chiudere la vicenda i due pilastri costanti dell’esecuzione, Azucena e il Conte di Luna senza alcun cenno di cedimento.

Intriganti le scelte di luci del light designer Fabio Barettin, oltremodo compatibili con la regia semi-scenica di Lorenzo Marani. Ancora elogi al direttore Callegari e all’orchestra e al coro del Teatro.

Marco Pegoraro

Giuseppe Verdi - Il trovatore (versione semi-scenica)

Teatro La Fenice di Venezia

Direttore Daniele Callegari

regia Lorenzo Mariani

Light designer Fabio Barettin

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

maestro del Coro Claudio Marino Moretti

Il conte di Luna Luca Micheletti

Leonora Roberta Mantegna

Azucena Veronica Simeoni

Manrico Piero Pretti

Ferrando Simon Lim

Rappresentazioni 2 & 4 ottobre 2020

Giudizio artistico 4,5/5


Marco Pegoraro

Marco Pegoraro