Ho intervistato la celebre pianista napoletana che da poco ha pubblicato, con Da Vinci Classics, un disco dedicato interamente a Robert Schumann. Dalle sue risposte traspare una ricerca spasmodica nel comprendere non solo la musica, ma anche quanto la circonda, attraverso l’entusiasmo e lo stupore, due sentieri che la conducono verso il sentimento interpretativo
Maestro Mariani, il suo ultimo CD, pubblicato dalla Da Vinci Classics, è stato dedicato a Schumann attraverso un trittico che presenta la Kreisleriana op. 16, Drei Romanzen op. 28 e Faschingschwank aus Wien, op. 26, il tutto racchiuso da un titolo che, a dire il vero, sembra un vero e proprio manifesto programmatico, vale a dire Etica, Estetica. Il sentimento, soprattutto se si osserva con attenzione la punteggiatura. Che cosa significa questo titolo, considerando nell’orbita schumanniana i tre brani da lei eseguiti?
L’etica e l’estetica sono a mio avviso le direttrici di ogni opera d’arte. Schumann ne ha dato chiara testimonianza sia nei suoi saggi sia nelle sue composizioni musicali. Il binomio genio-sregolatezza, secondo me, attiene all’ispirazione, quale momento embrionale del suo fare musica. Quel che mi affascina di Schumann è il modo in cui sintetizza creatività ed equilibrio formale, e questa sorta di alternanza-compensazione si manifesta spesso nell’avvicendarsi di impeto e ripiegamento interiore. Effettivamente il titolo sugella questo mio intendimento: la tempesta, la passione, mitigate e sublimate dal senso del bene e del bello, diventano sentimento. Nella vita, come nell’arte.

Se si confronta la sua discografia, Maestro Mariani, balza all’occhio un aspetto che non viene confermato nel suo ultimo disco, quello, appunto, dedicato al genio di Zwickau. Infatti, nei suoi tre precedenti CD lei ha inciso brani di autori quali Debussy, Poulenc, Prokof’ev, Brahms, Ravel e lo stesso Schumann, unendo anche pezzi da lei composti, mentre in quest’ultimo la sua creatività compositiva non è presente. Per quale motivo?
Schumann è stato il mio compagno di viaggio alla scoperta della musica. Mi hanno considerato la sua “parente più prossima”… Non lo penso, però Schumann mi ha fatto da Maestro, finanche nel modo di ricercare e di accostarmi allo studio pianistico-musicale. Ci sono altri “amori” a cui dedico particolari fasi della mia vita: Prokof’ev, Ravel, i compositori italiani, Beethoven, Brahms. Ho una composizione ancora inedita che prossimamente inserirò in repertorio. Ma Schumann costituisce una sorta di eterno ritorno. Per cui glielo dovevo, in parte incoraggiata anche dal mio editore.

Lei, oltre all’interpretazione e alla composizione musicali, abbina anche l’attività letteraria, con opere narrative che in passato sono uscite in concomitanza o quasi con i suoi dischi. Questo “procedere” artistico prende le mosse da una certa pubblicistica di ambito romantico, penso a un E.T.A. Hoffmann e ancora a Schumann, oppure questa componente double face in lei ha un’altra valenza?
Credo che si tratti di un bisogno di comunicazione. O, meglio, si sia trattato: non scrivo da tre anni. Forse non ne sento più il bisogno, forse la musica ha avuto il sopravvento, forse la comunicazione subliminale dell’arte ora mi attrae di più di quella più esplicita e diretta della parola.
Quando decide di affrontare un determinato autore o una composizione in particolare a livello interpretativo, come scatta la scintilla? Nel senso che il suo desiderio di esprimere il compositore e la sua opera sorge da un principio di affinità legato alla sua sensibilità di interprete, in quanto già lo sente dentro di sé, oppure perché l’atto interpretativo, ossia “decodificante”, le permetterà di conoscerli meglio e di metabolizzarli in profondità?
Un po’ l’una, un po’ l’altra cosa. Forse, un esempio può essere efficace: due anni fa avevo iniziato a studiare Respighi. Ho approntato i suoi Sei pezzi, che avrei voluto inserire in un percorso da proporre in concerto. In questo percorso ci sarebbe stato anche qualche brano di Mariani. Ma alla fine li ho accantonati. Ora li ho ripresi, affascinata dal suo stile, che considero come una pittura preraffaellita, come dei brevi acquerelli. Non sempre riesco a immedesimarmi in queste nuages che sanno dei colori dei tetti bolognesi, ma mi piace quell’atmosfera. Conclusione: ho inserito nei prossimi concerti i Sei pezzi di Respighi e sto studiando con interesse e commozione le sue Melodie gregoriane.

Da artista del ventunesimo secolo, come si pone nei confronti di quella musica contemporanea che non riconosce e rifiuta il linguaggio tonale, al quale lei è così affezionata, soprattutto se si ascoltano le sue composizioni pianistiche? Ha mai avuto modo di affrontare pagine scritte dalla seconda metà del secolo scorso, cioè a partire dalla Scuola di Darmstadt?
Il linguaggio tonale è direttamente proporzionale alla mia voglia di comunicare, come una sorta di grammatica attraverso la quale nasce la lingua, che diventa linguaggio, concentrato di idee e stati d’animo. Al momento mi affascinano le scale modali, quella araba, la cultura aramaica in generale. Non è escluso che possa accostarmi ad altri linguaggi, sempre che ci trovi un legame autentico con quel che intendo esprimere.
Ci sono nella sua dimensione interpretativa degli autori che considera “repellenti” a livello musicale e che, di conseguenza, non vorrà mai eseguire? Facendole questa domanda mi è tornato in mente l’odio viscerale che un compositore come Benjamin Britten provava nei confronti dell’opera di Brahms, al punto che per ricordare meglio tale odio si prefiggeva di eseguire privatamente alcune pagine pianistiche del genio amburghese solo una volta all’anno…
Non lo sapevo e ne sono stupita: avrei pensato che Britten avesse molto dell’interiorità di certo Brahms (penso alle Ballate, per esempio). Per quel che mi riguarda non ho preclusioni, anzi considero le musiche più ostiche (dal punto di vista stilistico) come una nuova esperienza, una fonte di crescita. Quando provo una certa repulsione penso che la colpa sia mia e cerco di capire quali sono i miei limiti. Vivo di entusiasmi e di stupore: spesso mi vengono dalla musica, dalla natura. Altre volte sono io a procurarmeli, attraverso il mio rapporto con me stessa.


Canonica domanda finale, Maestro Mariani. Quali sono i suoi programmi futuri, soprattutto nell’ottica discografica?
Mi piacerebbe un disco sugli italiani del secolo scorso… aggiungendo anche Mariani. Un famoso editore mi ha proposto un progetto discografico di musiche francesi; il mio editore di riferimento, invece, mi ha proposto una compilation di Mephistos che dovrebbe comprendere i quattro Mephisto Valzer di Liszt e altre composizioni affini. Ho eseguito questi pezzi in concerto, ma al momento preferirei Brahms, Mendelssohn e, perché no, qualche altro brano di Schumann. Presenterò prossimamente a Milano un concerto che verterà su un matching tra questi tre autori: tutti e tre tedeschi, tre amici, ognuno di loro da far interagire con il medesimo genere, la variazione. In primavera sarò in Romania: ho visto l’auditorium, i volti della gente assorta durante i concerti… Ci voglio andare.
Andrea Bedetti