Disco del mese di Settembre 2026
Che cosa significa, oggi, parlare di musica australiana? La domanda potrebbe apparire oziosa, soprattutto in un’epoca nella quale la circolazione delle idee, degli stili e delle tecniche compositive ha reso sempre più problematico ricondurre un’opera a una precisa identità nazionale. Eppure, ascoltando A Listening Air, il recentissimo CD della Da Vinci Classics inserito nella serie Da Vinci Élus e che l’Affinity Quartet ha dedicato a quattro compositori australiani contemporanei, ci si rende conto che tale interrogativo conserva intatta la propria legittimità, a condizione naturalmente di non cercare una risposta in una presunta uniformità linguistica o in qualche pittoresca immagine sonora del continente.

I quattro compositori presi in esame, ossia Alice Chance, Thomas Misson, Peter Sculthorpe e Brett Dean, appartengono a generazioni differenti e manifestano concezioni della scrittura quartettistica decisamente eterogenee; tuttavia, le loro opere condividono la necessità di confrontarsi con uno spazio, fisico o mentale, nel quale natura, memoria, mito, cultura e inquietudine politica finiscono con l’interagire. In tal senso, il titolo A Listening Air assume un significato che va ben oltre il semplice riferimento all’aria intesa come atmosfera naturale. Si tratta piuttosto dell’aria che circonda l’atto dell’ascolto, che trasporta il suono e che, nello stesso tempo, conserva le tracce di ciò che una comunità ha vissuto, rimosso o trasformato.
A rendere particolarmente convincente il progetto è la presenza dell’Affinity Quartet, formazione capace non soltanto di affrontare le impervie richieste tecniche delle quattro partiture, ma soprattutto di conferire unitarietà a un itinerario che avrebbe potuto facilmente risolversi in una semplice antologia di musica australiana contemporanea. Al contrario, il disco possiede una precisa coerenza drammaturgica, poiché l’ensemble riesce a trasformare la diversità dei linguaggi in altrettanti modi di interrogare il suono e la sua relazione con l’ambiente circostante.

Il programma inizia con Gifts from a Thieving Bluebird di Alice Chance, pagina composta nel 2024 per lo stesso Affinity Quartet e concepita quale ideale pendant al Quartetto in re minore D. 810 di Franz Schubert, ossia il celeberrimo La morte e la fanciulla. Il riferimento letterario è invece rappresentato da L’Oiseau bleu di Madame d’Aulnoy, fiaba nella quale un principe trasformato in uccello reca alla donna amata doni rubati come testimonianza del proprio sentimento. Sarebbe però sbagliato cercare nella partitura una traduzione sonora della vicenda o una qualche forma di descrittivismo ornitologico. Il volatile diviene piuttosto il simbolo di una metamorfosi che porta con sé fascino, desiderio e minaccia, con la musica che muta continuamente fisionomia, passando da figurazioni rapide e brillanti a episodi nei quali il tessuto sonoro si fa più oscuro e introverso. Vi è una dimensione teatrale che l’Affinity Quartet restituisce con notevole efficacia, grazie a una mobilità dinamica estremamente controllata e a una capacità di rendere naturali anche le transizioni più repentine. Ciò che mi ha colpito è il modo in cui il virtuosismo non viene mai presentato come fine a se stesso; gli scatti ritmici, le improvvise accensioni timbriche e gli incastri tra le quattro voci concorrono a delineare una narrazione instabile, nella quale la bellezza conserva sempre qualcosa di ambiguo. Nei momenti più lirici, poi, l’ensemble evita qualsiasi abbandono sentimentale, mantenendo nel canto una tensione sotterranea che richiama, senza imitarlo, il mondo schubertiano al quale l’opera intende idealmente accostarsi.

Con Infinite Affinities di Thomas Misson si passa dalla metamorfosi fiabesca a una concezione fondata sul processo e sulla proliferazione del materiale. La composizione trae origine dalla cosiddetta Infinity Series del compositore danese Per Nørgård, ma l’impiego di tale principio generativo non dà luogo a una pagina astratta o intellettualistica. Misson utilizza infatti quel materiale all’interno di una scrittura che accoglie suggestioni provenienti dal progressive metal, dalla jazz fusion e dalla musica ambient, dimostrando come il quartetto per archi possa ormai confrontarsi con esperienze sonore assai lontane dalla tradizione cameristica senza perdere la propria specificità. La musica sembra crescere dall’interno, come un organismo che sviluppa continuamente nuove ramificazioni. Le cellule ritmiche si moltiplicano, le linee si sovrappongono e la forma viene generata dalle conseguenze insite nei materiali di partenza. L’Affinity Quartet affronta questa densità con un’impressionante chiarezza, facendo sì che anche nei momenti più convulsi la pulsazione rimanga leggibile e che ogni voce conservi una precisa identità. Ma sarebbe riduttivo soffermarsi soltanto sulla qualità tecnica dell’esecuzione; ciò che realmente emerge è la capacità dei quattro musicisti di dare un peso fisico a questa musica. I passaggi caratterizzati da una pulsazione aggressiva possiedono una forza quasi tellurica, mentre le sezioni più rarefatte vengono rese con una delicatezza che non interrompe il senso del divenire. Il rigore del procedimento compositivo e l’immediatezza dell’impatto sonoro finiscono così con il coincidere, permettendo all’ascoltatore di percepire la struttura senza che questa venga mai esibita didascalicamente.

Con Peter Sculthorpe e il suo Quartetto n. 11, Jabiru Dreaming, composto nel 1990, ci si trova invece di fronte a una delle questioni centrali nella storia musicale australiana del secondo Novecento: il tentativo di dare vita a un linguaggio capace di esprimere il rapporto con il territorio, con il paesaggio e con le culture autoctone. Un problema complesso, che oggi impone una consapevolezza critica maggiore rispetto a quella esistente al momento della composizione dell’opera, soprattutto per quanto concerne l’utilizzo di materiali musicali aborigeni all’interno della tradizione colta occidentale. Sculthorpe compose il quartetto dopo una visita al Kakadu National Park: il primo tempo, Deciso, utilizza configurazioni ritmiche associate all’area di Kakadu e richiama, secondo quanto affermato dallo stesso autore, l’andatura del Jabiru, una cicogna che vive nel continente australe; il secondo, Liberamente - Estatico, prende invece le mosse da un canto aborigeno trascritto durante la spedizione Baudin del 1802. Anche in questo caso, tuttavia, la musica non si limita a evocare un paesaggio o a sovrapporre elementi locali alla forma europea del quartetto. È la stessa percezione del tempo musicale a essere trasformata, nel senso che nel Deciso, l’Affinity Quartet imprime alla pulsazione un carattere rituale, facendo emergere gli accenti da un moto collettivo nel quale l’energia non diventa mai brutalità. L’esecuzione è asciutta, incisiva e dotata di una plasticità che consente ai profili ritmici di assumere una presenza quasi corporea. Nel Liberamente - Estatico, invece, il tempo sembra dilatarsi e perdere progressivamente i propri riferimenti ordinari. I bordoni, gli intervalli aperti e i profili melodici creano una dimensione contemplativa nella quale il silenzio acquista un’importanza pari a quella del suono. Proprio qui l’Affinity Quartet raggiunge uno dei vertici interpretativi del disco. I pianissimi sono sostenuti con una tensione prodigiosa, l’intonazione resta impeccabile e il respiro delle frasi permette di percepire uno spazio sonoro vastissimo. Non vi è nulla di decorativo o di esotico: ciò che si manifesta è piuttosto la presenza di un luogo inteso non come sfondo, ma come principio capace di modificare radicalmente l’ascolto.

Se in Sculthorpe l’ambiente naturale e culturale determina la forma della musica, nel Terzo Quartetto di Brett Dean, significativamente intitolato Hidden Agendas, l’atmosfera assume un carattere politico e psicologico. I titoli dei cinque tempi - Hubris, Response, Retreat, Self-censorship e On-message - rimandano chiaramente alla degenerazione del dibattito pubblico, alla polarizzazione, al conformismo e alla fragilità delle strutture democratiche. Dean non offre naturalmente una rappresentazione narrativa di tali fenomeni, ma li trasferisce nei rapporti tra le quattro voci. Il quartetto diviene così una sorta di organismo sociale nel quale l’accordo iniziale si spezza, le parti entrano in conflitto, si isolano e vengono infine ricondotte verso una forma di consenso che conserva qualcosa di profondamente ambiguo. Il quartetto australiano, legato da anni al compositore e particolarmente avvezzo a questa partitura, ne fornisce una lettura di straordinaria lucidità. In Hubris, la violenza dei gesti e la concitazione degli scambi sono governate con assoluto controllo, evitando che la tensione degeneri in una massa sonora indistinta; in Response, la precisione degli ingressi rende evidente il meccanismo delle reazioni e delle opposizioni, mentre Retreat porta in primo piano la fragilità delle singole voci, affidando al silenzio e alle risonanze residue una funzione drammatica essenziale. Particolarmente impressionante è Self-censorship, nel quale l’impiego di archi privi di colofonia genera suoni soffocati, come se la musica fosse costretta a ritirarsi prima ancora di riuscire a formulare compiutamente il proprio pensiero. L’Affinity Quartet governa queste sonorità al limite dell’udibile con un controllo timbrico fuori del comune. Il conclusivo On-message non rappresenta una vera ricomposizione, bensì una sorta di ordine imposto, reso con un’energia tanto scintillante quanto inquietante. L’aspetto più rilevante dell’interpretazione dell’Affinity Quartet risiede dunque nella capacità di mutare continuamente la propria identità sonora. In Chance il timbro si fa mobile e narrativo; in Misson assume una consistenza percussiva e quasi elettrica; in Sculthorpe si dilata fino a evocare una dimensione spaziale e rituale; infine, in Dean diviene campo di tensioni, fratture e ricomposizioni. Eppure, al di sotto di tali metamorfosi, rimane sempre riconoscibile la personalità dell’ensemble, fondata su una prodigiosa coesione, su una raffinata cura del dettaglio e sulla capacità di mantenere costante la tensione dell’arco formale.

A Listening Air dimostra quindi che la musica australiana contemporanea non ha bisogno di un linguaggio comune per manifestare la propria identità. Tale identità risiede semmai nella necessità di rispondere alle condizioni storiche, culturali e ambientali di un continente: il mito e la metamorfosi in Alice Chance, la proliferazione e la pluralità stilistica in Thomas Misson, il rapporto con il territorio e con il Country in Peter Sculthorpe, l’aria contaminata del discorso pubblico in Brett Dean. Il merito dell’Affinity Quartet (è quantomeno doveroso ricordare i loro nomi: Xian Chen e Nicholas Waters al violino, Josef Hanna alla viola e Mee Na Lojewski al violoncello) consiste nell’aver trasformato queste quattro prospettive in un unico, coerente atto di ascolto. La sua interpretazione illumina le strutture senza irrigidirle, esalta la componente spettacolare senza ridurla a esibizione e rende evidente come il quartetto per archi possa ancora essere, nel XXI secolo, uno dei luoghi privilegiati nei quali la musica interroga il mondo e, interrogandolo, costringe anche noi ad ascoltarlo in modo diverso.
Disco del mese di settembre per MusicVoice.
Anche la presa del suono, effettuata da Alex Stinson, ha contribuito alla piena riuscita di questo progetto discografico. La dinamica riesce a rendere e a trasmettere l’universo di timbri sprigionato dalle pagine quartettistiche con naturalezza e precisione, grazie a un mix esplosivo di energia e di velocità dei transienti. La ricostruzione del piano spaziale, per ciò che riguarda il palcoscenico sonoro, permette di ricostruire i quattro strumenti al centro dei diffusori a una discreta profondità dalla quale il suono si irradia in altezza e in ampiezza. L’equilibrio tonale non offre spunti di critica negativa, con una pulizia pressoché assoluta nel registro medio-grave e in quello acuto, oltre a un nitore più che ragguardevole anche in presenza dei ppp e dei fff, così come il parametro del dettaglio carico di una dose generosa di nero che circonda gli strumenti, dando così modo di effettuare un ascolto che non risulta essere mai faticoso.
Andrea Bedetti
AA.VV. – A Listening Air
Affinity Quartet
CD Da Vinci Élus C01196
Giudizio artistico 5/5
Giudizio tecnico 4,5/5
