Chi scrive di musica viene posto a volte di fronte a sfide spesso giudicate insormontabili. Apprestarsi ad affrontare la critica oggi di un cofanetto così imponente dedicato a Maria Callas non è dissimile dall’affrontare in blocco la critica in poche pagine dell’intera filmografia di Orson Welles, operazione impossibile e quanto mai inutile. A questo punto quale potrebbe essere il punto di vista che va utilizzato per dare un giudizio, sempre che questo possa essere “dato”? Bisogna forse porsi in altro modo, allargarlo, portarlo su un piano extramusicale, cioè quello dei media che nell’ultimo decennio a vario titolo e su varie piattaforme stanno affrontando la questione del cosiddetto remastering. Se da una parte è occasione per riscoprire perle e capolavori del passato grazie alle tecnologie attuali, altre volte è invece una mera operazione commerciale che, se pur con barlumi artistici, cavalca un brand per spremerlo all’osso e che sia esso cinema, opera videoludica o, appunto, musica, le modalità non cambiano. Come capire quindi dove si trovi il punto di confine e il bilanciamento tra le varie esigenze artistiche e commerciali?
Già EMI Classics, detentore storico dei diritti, aveva fatto anni fa operazione meritoria di rendere nuovamente disponibili la maggior parte delle incisioni di Maria Callas, scovando o rilanciando “inediti”. Dalla Warner Classics, che ne ha assorbito il catalogo, era quindi lecito aspettarsi che quei titoli che avevano goduto di fama e fortuna sarebbero stati resi nuovamente accessibili, ma quale sarebbe potuta essere la strategia per la loro riproposizione agli ascoltatori di oggi era la domanda che rimaneva sospesa. La risposta si è presentata proprio sotto forma di restauro, reso oggi molto più semplice rispetto al recente passato grazie all’evoluzione digitale. Una riproposizione quindi in forma “migliorata” di registrazioni live realizzate con tecnologie che all’epoca non potevano certo competere con anche solo un semplice smartphone contemporaneo per qualità e nitidezza di suono.
Per capire la validità di questa operazione (da parte nostra abbiamo effettuato la recensione partendo dal doppio CD che presenta alcune arie dal cofanetto deluxe con 42 CD messo in vendita dalla Warner in occasione del quarantesimo anniversario della morte della Callas), che ovviamente non nasconde gli intenti commerciali, dobbiamo però raffrontare le presenti versioni con le precedenti, iniziando proprio da quella più spinosa: “O sventurata Ifigenia” dal secondo atto della Ifigenia in Tauride di Gluck, data alla scala nel 1957 con la direzione di Nino Sanzogno. Registrazione che nel suo stato originale è ricordata forse tra le peggiori per presa di suono, qui per la prima volta si scorge in maniera netta la voce del soprano che si staglia perfettamente nell’orecchio. Tanto bene che l’orchestra diventa quasi inudibile in molti passaggi, diventando mero tappeto sonoro. Si trattava però anche della maggiore sfida tecnica che risulta sicuramente vinta dato il materiale di partenza. Meno comprensibile è la scelta di inserire la già ottima registrazione di “Vissi d’Arte” al Covent Garden del 1964, registrazione originariamente realizzata in stereo. Dal raffronto delle due versioni sicuramente il senso di maggiore limpidezza traspare, ma anche una strana deformazione della voce che passa dall’essere estremamente presente al quasi fastidiosamente squillante. (sono state fatte varie prove su più impianti al fine di comprendere appieno il lavoro svolto, NdA).
Altro caso è ancora l’aria “Al dolce guidami castel natio” dall’Anna Bolena di Donizetti, registrazione mono del 1957 con Gianandrea Gavazzeni, già lavoro ampiamente conosciuto ai melomani e tra i titoli maggiormente osannati della Callas. Dal raffronto delle due versioni, EMI e Warner, non si riesce a scorgere alcuna effettiva miglioria e sia l’orchestra che la voce suonano in entrambe le pubblicazioni in modo pressoché identico. Altro difficilissimo caso era anche l’Aida di Mexico City del 1951, diretta da Oliviero de Fabritiis: anche qui le migliorie sono evidenziate da una maggiore spazializzazione dell’orchestra, molto chiusa nella versione primigenia, ma non si avverte alcun cambiamento relativo alla parte vocale che suona quasi, se non integralmente, uguale alla precedente registrazione non restaurata. In ultimo è da prendere in esame Il Pirata di Bellini, registrazione mono del 1959 con Nicola Rescigno. Per il raffronto, più che la precedente versione pubblicata dalla Emi, si è usato un famoso vinile pubblicato ancora sul finire degli anni Ottanta. Il confronto suona quanto mai importante in quanto tutte e quattro le arie proposte si presentano con una distorsione della voce superiore rispetto al vetusto parente che si impone invece per la grande freschezza delle stesse, nonché una piacevolezza di ascolto sia dell’orchestra che delle voci tutte assai maggiore. Al perentorio attacco dell’aria “Sorgete; è in me dover” difficile non trattenere il respiro nell’una mentre chiedersi come mai, nell’altra, la voce della Callas suoni così stridula nel restauro diventa quasi automatico. Così come nella successiva e struggente “Lo sognai, ferito, esangue” oltre che una voce ancora distorta, fastidiosi effetti metallici si interpongono nei momenti in cui si toccano i registri più acuti.
In definitiva il lavoro che può apparire meritorio in molte sue parti, porta con sé alcuni dubbi circa la forma con cui è stato proposto e, se pur pare giusto che questi titoli vengano resi nuovamente disponibili per il mercato contemporaneo, ci si chiede se non sarebbe valsa la pena utilizzare, almeno per alcuni titoli, un più tradizionale sistema di restauro che preservasse il suono originale, anche a scapito di certe brillantezze che risultano troppo spesso artificiose e forzate.

Edmondo Filippini

AA.VV. Maria Callas Live & Alive

Direttori, cantanti e orchestre vari

2 CD Warner Classics 0190295844684

Giudizio artistico: 4/5

Giudizio tecnico: 3/5


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Recensore MusicVoice.it

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