La Da Vinci Classics ha dato inizio a un nuovo progetto discografico che prevede l’integrale delle Sonate pianistiche di Franz Schubert, eseguite da una giovane pianista sudcoreana, Hyewon Chang. Cospargendomi la testa di cenere, ammetto di non aver mai ascoltato nulla in precedenza di quest’artista orientale e quindi ora faccio debita ammenda, anche basandomi su un fatto incontrovertibile, ossia che Edmondo Filippini, patron della casa discografica, non affiderebbe mai un’operazione così complessa e problematica, se non fosse sicuro delle qualità tecniche e artistiche di chi affronta una simile parete di sesto grado.

La cover del primo CD della Da Vinci Classics dedicato all'integrale delle Sonate pianistiche di Franz Schubert.

Chiarito ciò, il primo disco della suddetta integrale presenta tre Sonate, per l’esattezza la Sonata in la bemolle maggiore D. 557, la Sonata in la maggiore D. 664 e la Sonata in si maggiore D. 960. Quindi, una scelta che non segue la via maestra della cronologia compositiva, anche per motivi puramente tecnici, scanditi dallo spazio a disposizione sul quale spalmare i tempi di incisione. Ad ogni modo, attraverso questo primo disco, Hyewon Chang offre, per così dire, un “menu d’assaggio” guidato che porta gli ascoltatori, soprattutto coloro che non sono di casa nell’universo sonatistico schubertiano, ad avere fin da subito un panorama preciso dell’evoluzione creativa del musicista viennese. Questo perché la D. 557 appartiene ancora al periodo embrionale ed esplorativo di Schubert nel genere della Sonata, mentre la D. 664, pur nella sua brevità ed essenzialità, già presenta connotati formativi pienamente acquisiti e, infine, la D. 960 rappresenta il suggello conclusivo, commovente e unico di quel trittico, composto anche dalla D. 958 e dalla D. 959, che porta il musicista, nell’ultimo anno della sua vita, ormai mortalmente malato, a creare una pagina destinata all’immortalità non solo musicale. Come a dire che, ascoltando e metabolizzando queste tre Sonate, che formano la playlist del primo CD del progetto Da Vinci Classics, si può già capire il sentiero intrapreso e percorso dal genio viennese rispetto a un prima e a un dopo storici, insomma prossimi all’alfa e all’omega.

Il celebre dipinto di Alois Heinrich Priechenfried, dal titolo Schubert im Wienerwald, in cui il genio viennese viene immaginato nella sua amata natura.

Trovo corretto quanto affermato nelle note di accompagnamento a questo primo disco, note redazionali visto che portano la firma DV, ossia Da Vinci; la prima osservazione è che Schubert non si ritenne (e non fu) un virtuoso del pianoforte, un fattore, questo, che coinvolge anche la tipologia di strumenti sui quali suonò e compose le sue opere, vale a dire pianoforti piccoli e senza una debita estensione del registro basso. Inoltre, non si deve dimenticare che la priorità quotidiana del musicista era concentrata sulla sopravvivenza, quindi da un punto di vista professionale il suo obiettivo era quello di accaparrarsi febbrilmente quelle sostanze economiche che gli permettessero di andare avanti; da ciò, tenuto conto che non poteva esibirsi in qualità di virtuoso, la necessità di accompagnare cantanti o di essere una sorta di “pianista di pianobar” d’antan, ossia allietare le serate in casa di aristocratici o di borghesi benestanti (una prerogativa sulla quale poi in seguito presero avvio le celeberrime “Schubertiadi”).

Inoltre, non si deve dimenticare che, come interprete, Schubert risultava essere per la critica e per i gusti dell’epoca alquanto demodé, in quanto il suo tocco, il suo modo di trattare la tastiera, il suo approccio esecutivo erano ancora votati alla delicatezza, a un timbro vellutato, che lo spinse ad affermare «non posso sopportare il maledetto martellamento a cui indulgono distinti pianisti e che non diletta né l’orecchio né la mente», alla faccia del beneamato Beethoven e di astri nascenti come Kalkbrenner e Moscheles, i quali picchiavano sui tasti come fabbri. Anche per questi motivi (altro dato da tenere presente, il genio viennese vide pubblicate durante la sua breve vita solo tre Sonate, per la precisione quelle in la minore D. 845, in re maggiore D. 850 e in sol maggiore D. 894), non deve meravigliare il fatto che, durante tutto l’Ottocento e nei primissimi decenni del Novecento, le sue Sonate non furono mai presentate a livello concertistico, visto che si dovette attendere il desiderio di Artur Schnabel di far conoscere questo patrimonio pianistico per farle finalmente scoprire.

A sinistra, Friedrich Kalkbrenner e, a fianco, Ignaz Moscheles, due virtuosi del pianoforte avversati da Schubert.

Tornando al CD in oggetto, l’alfa schubertiano avviene in Hyewon Chang con la Sonata D. 557, pagina tuttora poco presente nei recital e nei programmi concertistici, la quale appartiene di diritto alla fase iniziale e sperimentale rispetto alla grande tradizione viennese, rappresentata dalla trimurti paradossalmente non viennese formata da Haydn, Mozart e Beethoven. Questa pagina fa comprensibilmente nella mente compositiva del ventenne Schubert l’occhiolino al venerato altare mozartiano, ma se la struttura risente di un impianto che richiama il divino Amadé, la finalizzazione melodica è già improntata su una chiara matrice schubertiana (il pianoforte deve sempre cantare). Suddivisa in tre tempi e con un tempo di durata che raggiunge e supera a malapena i dieci minuti, questa pagina viene affrontata dalla giovane pianista sudcoreana con lucida chiarezza esecutiva, una chiarezza che si evince fin dall’Allegro moderato iniziale, all’insegna di una leggerezza timbrica che non sfora mai in un manierismo d’effetto, ma che si muove nello stretto spazio tra verticalità mozartiana e orizzontalità schubertiana, nel senso che all’interno dell’impianto tipico del salisburghese, Hyewon Chang insuffla un fraseggio che aderisce al richiamo vocale, di quel canto che il giovane viennese aveva già ben chiaro nel suo procedere creativo. L’incedere vezzoso, quasi birichino, che contraddistingue l’Andante che segue, viene restituito altrettanto bene, dove la dimensione iniziale quasi sospesa lascia improvvisamente spazio a un vortice sonoro concentrato sul registro medio-acuto della tastiera per poi raggrumarsi delicatamente ancora sul tema iniziale che conclude il tempo. Il senso di danza giocosa, di divertissement che tanto piaceva al pubblico coevo e che incentra l’Allegro finale è un banco di prova che la nostra artista supera senza indulgere in futili leziosità timbriche, ma sempre all’insegna di quel sentore di “sospensione timbrica” che sarà il marchio di fabbrica dello Schubert maturo e profondo.

Il sommo Artur Schnabel che ebbe il merito di far conoscere il corpus sonatistico di Schubert nei primi decenni del Novecento.

La Sonata D. 664 che segue, se ancora si manifesta compiutamente all’insegna della brevità (non ingannino i ventidue minuti di durata, rapportati all’esplosione spazio-temporale delle ultime Sonate), è un blocco di marmo sul quale lo scalpello si affina ulteriormente, tenuto conto che rispetto alla D. 557 sono trascorsi ormai due anni. Potrà sembrare a dir poco incredibile, ma questa pagina, concepita sull’onda dell’emozione provocata dalla conoscenza di una giovinetta di Steyr, Josephine von Koller, dove il musicista trascorse l’estate del 1819, godette fin dalla fine dell’Ottocento di una popolarità che fu per un lungo tempo negata alle altre Sonate, tanto è vero che in fatto di notorietà e apprezzamento fu raggiunta nella prima metà del nostro secolo soltanto dalla Sonata in si bemolle maggiore D. 960. Fin dal primo tempo, un Allegro moderato, s’instaura subito quell’atmosfera trasognante, vellutata, a tratti quasi impalpabile che mostra, emotivamente, un tratto caratteristico del pianismo schubertiano, vale a dire la suprema capacità di raffigurare, di tratteggiare attraverso il puro suono l’irrompere del sentimento, quasi sempre vagheggiato e mai realizzato e la cui realizzazione si concretizza esclusivamente solo attraverso l’armamentario delle aspettative personali, sorrette dall’immaginazione e da rassicuranti e lenitivi sogni ad occhi aperti. Qui, la nostra giovane pianista se la cava più che egregiamente nel presentare tale armamentario, racchiuso soprattutto nella canzone che è il cuore di tutto questo tempo ((esposizione, sviluppo, riesposizione), che timbricamente e ritmicamente rimanda a un dolce cullare. Questa contemplazione incontaminata, pura, adamantina, si focalizza meglio nell’Andante che segue e la lettura fatta da Hyewon Chang ci fa intendere che lo ha metabolizzato in modo adeguato con un approccio alla tastiera in cui la delicatezza, la sottile linea nostalgica che separa il sogno dalla realtà e un timbro carezzevole non mancano di certo. Infine, l’Allegro finale che, come sovente avviene in Schubert, rappresenta un raggio di sole che filtra la coltre delle nuvole umorali che hanno preceduto tale momento: qui, l’interprete sudcoreana è suadente nel confezionare una scansione ritmica capace di esaltare l’elemento danzante che resta ancorato nella sfera immanente del suo autore.

Infine, la Sonata D. 960. Esempio sublime e lacerante di un’arte che non viene capita, compresa dal suo tempo, il quale sputa in faccia alla visionaria dimensione creativa di quest’opera. Quando Schubert la conclude e la invia all’editore Schott, confidando inutilmente in una sua pubblicazione, gli resta ancora un mese di vita. E la risposta dell’editore fotografa perfettamente quella realtà temporale: «Se le capita di comporre qualcosa di meno difficile e nello stesso tempo brillante, possibilmente in una tonalità più facile, la prego vivamente di volermela inviare senz’altro». Troppo difficile, troppo astrusa, troppo di tutto per essere accettata, anche da parte di Schott che aveva compreso la sua rivoluzionaria grandezza, ma che a livello economico, di possibili vendite, non ne avrebbe ricavato nulla. Con l’ultima dell’immortale “triade”, le altre due sono la D. 958 e la D. 959, Schubert fa in modo, girando definitivamente le spalle alla concezione beethoveniana, di sfidare con il suono sua maestà il tempo, il tempo musicale e quello interiore, in un’epoca che ancora non poteva permettersi un tale lusso.

L'editore Johann Joseph Schott che rifiutò di pubblicare la Sonata D.960, adducendo il fatto che non sarebbe stata compresa dal pubblico dell'epoca.

La Chang ha affrontato questo pilone portante della musica pianistica colta ben sapendo che non doveva cadere in una trappola, quella, scontata, di conferirne un’impronta come lascito e come monito, lascito in quanto la morte colse d’improvviso il suo autore, e come monito, poiché Schubert non ce l’aveva con il mondo e con il suo tempo, almeno quello oggettivo ed esteriore. Contemplazione, una sovrana contemplazione, uno sguardo distaccato, pacato, trasognante, un nirvana immanente che si deve trasferire idealmente in simile suono, con l’interprete che diviene una sorta di Siddharta che osserva lo scorrere delle acque del Gange, ossia del pianoforte, a cominciare dal primo tempo, il Molto moderato, dove la fantasia, la libertà evocativa devono essere non di meno disciplinate, con gli attimi di silenzio, di cesure da governare implacabilmente per poter restituire la sospensione metatemporale. E la nostra interprete lo fa in modo acconcio, se teniamo conto che il compitino da portare avanti non è da poco, anzi, con un’attenzione spasmodica da concentrare sugli interventi del registro basso, in cui la mano sinistra si trasforma in una porta da tenere aperta per concedere flusso al mutamento emotivo, vibrante della materia sonora.

A proposito di porta aperta: se il primo tempo introduce l’ascoltatore in uno spazio/tempo fatato, intimo, quello che segue, l’Andante sostenuto, lo porta ad osservare da vicino un intervento chirurgico a cuore aperto. Sotto i suoi occhi, può vedere il muscolo cardiaco palpitare, spingendolo a chiedersi come faccia a farlo per decenni, per un’intera vita. Lo stesso avviene in questa Sonata, dove il secondo tempo è il suo cuore pulsante, che porta chi ascolta a chiedersi che cosa pensasse Schubert quando lo compose, che cosa fu la sua vita, racchiusa in questo lasso di tempo che dura meno di dieci minuti. Una simile concentrazione è rara in tutta la storia della musica, e Hyewon Chang riesce a districare questa pulsazione, questo battito con una restituzione candida e cristallina allo stesso tempo, distribuendo la magia dei mezzitoni, a rallentare dove deve farlo con l’ausilio di un ABS sensibile e compartecipe (il registro grave è sempre attento, premuroso, a volte persino cullante). Quello che segue, lo Scherzo: Allegro vivace con delicatezza - Trio, sembra a prima vista un’aporia, una contraddizione, con la vivacità che dev’essere offerta delicatamente, come a dire un pugno dato con la mano fasciata con la gommapiuma. Eppure, lo svolgersi danzante, con un ritmo dal sapore decisamente arabesco, è la risposta metternichiana, la diplomazia tecnica che tutto governa e disciplina; energia sì, perbacco, ma la mano dev’essere, tornando nella sala operatoria, ferma, con il bisturi che accarezza incidendo. E, come chirurga, l’artista sudcoreana trasforma la tastiera in un paziente il cui feedback è totalmente positivo. L’ultimo tempo, l’Allegro ma non troppo - Presto, è un’altra immagine allegorica, una cavalcata in cui gli zoccoli del cavallo indossano ferri la cui materia è lattiginosa, quasi fosse la gomma di cui sono dotati gli pneumatici di Formula 1: velocità, ma senza mai perdere l’aderenza, quell’aderenza che sovrintende tutta l’arcata architettonica della composizione. Ancora cristallinità, divina sospensione che cangia in materia fisica, irruenza che però non è certo Beethoven e meno che mai il futuro TNT del primo Liszt. È solo lo Schubert “funghetto”, come fu soprannominato dai suoi amici, quando era inebriato dal tanto vino che ingurgitava, ebbro alla Rimbaud e ai suoi navigli saturi di alcol e sesso. Anche qui, a mio avviso la Chang non tradisce lo spirito di questo tempo, restituito du côté de Schubert, ossia con leggiadria, grazia, con quelle punte, quelle pennellate minimali dal sapore Biedermeier, e con un fraseggio che riesce repentinamente a modificare la linea melodica in un flusso continuo, magico, immaginifico.

La pianista sudcoreana Hyewon Chang, protagonista di questa integrale dedicata alle Sonate di Schubert.

La presa del suono, effettuata da Wei Wang e Scott Chiu, non presenta pecche o manchevolezze, ma si iscrive nel range di una buona registrazione, anche se non accede nell’olimpo audiofilo. La dinamica è prima di tutto pulita, esente da colorature indebite, a partire dal registro acuto, cristallino (la chiave di volta timbrica in Schubert), oltre a vantare una più che sufficiente energia. Il pianoforte, uno Steinway modello D274, per ciò che riguarda il parametro del palcoscenico sonoro, viene ricostruito a una discreta profondità, anche se poi il suono non si espande in larghezza e in altezza oltre i diffusori, pur non restando, per così dire, “intubato”. Ottimo l’equilibrio tonale, con una netta separazione tra il registro medio-grave e quello acuto, e con il dettaglio che vanta una sufficiente dose di nero capace di scontornare tridimensionalmente lo strumento.

Andrea Bedetti

 

Franz Schubert – Piano Sonatas I

Hyewon Chang (pianoforte)

CD Da Vinci Classics C01120

Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5

 

Schubert : Sonates pour Piano - Volume 1 / Hyewon Chang: Franz Schubert, Hyewon Chang: Amazon.it: CD e Vinili}
Schubert : Sonates pour Piano - Volume 1 / Hyewon Chang: Franz Schubert, Hyewon Chang: Amazon.it: CD e Vinili}