La storia della musica antica, quella che va grossomodo dal XIII secolo fino agli albori del Barocco, ci spiega un aspetto assai importante, vale a dire che la possibilità di diffondere la conoscenza musicale e la sua veicolazione avvenne non con le figure stesse dei musicisti, ma attraverso i luoghi dove essi principalmente operarono. Ciò si rese necessario per un motivo assai semplice, quello dovuto al fatto che gli artisti dell’epoca vissero all’ombra dei loro committenti, che fossero sovrani, facoltosi aristocratici o alti prelati, disposti a proteggerli e a mantenerli in cambio dei loro servigi musicali. Ricordiamoci che a quel tempo la figura del musicista era pari a quella di un qualsiasi altro subordinato, una mansione tra le tante altre al servizio di un signore o di un potente, il quale, a sua volta, poteva anche essere un avveduto illuminato, in grado di essere di essere sedotto dalla potenza delle forme espressive dell’arte, al punto di essere considerato un mecenate, così come considerare la pittura, la musica, la pittura, la danza quali un semplice passatempo, un piacevole trastullo e niente più, alla stessa stregua dei divertissements dei giocolieri e buffoni di corte o di palazzo.

Uno dei luoghi in cui la musica fu coltivata con amore, interesse e coinvolgimento fu sicuramente la corte dei Gonzaga a Mantova, in cui trovò spazio soprattutto uno strumento, il più celebrato nel cuore del Rinascimento, il liuto, il quale, a dire il vero, vide la sua parabola durare assai più a lungo, esattamente cinque secoli, a partire dal Medioevo fino alla seconda metà del Settecento, emblema, simbolo della più squisita raffinatezza musicale. Ed è proprio a questo repertorio rinascimentale dedicato al liuto e alla sua feconda presenza nella corte mantovana dei Gonzaga che uno dei massimi liutisti a livello internazionale, l’alessandrino Massimo Marchese, ha voluto rendere omaggio nella sua ultima produzione discografica, pubblicata dall’Aulicus Classics, dall’emblematico titolo Quanta beltà. Lute Music from Gonzaga’s Court, un disco nel quale ha eseguito ventiquattro brani per questo strumento a corde di diversi autori dell’epoca, tra i quali Pietro Paolo Borrono, Francesco da Milano, Marco da L’Aquila, Francesco Spinacino, Joanambrosio Dalza, Vincenzo Capirola e Leonardo da Vinci.
Nelle succinte note di accompagnamento al disco, lo stesso Massimo Marchese fornisce altre indicazioni che fanno comprendere meglio come e perché proprio il Rinascimento sia stato il periodo d’oro del liuto, a cominciare dal fatto che, nel corso di questo periodo, i musicisti cessarono di utilizzare il plettro e diedero avvio alla pratica di pizzicare le corde con le dita, aumentando in tal senso la tavolozza delle possibilità timbriche ed espressive, come, per esempio, suonare più voci simultaneamente, intrecciando armonie complesse e, allo stesso tempo, eleganti. Inoltre, ci fu un’evoluzione tecnica dello stesso liuto, visto che venne aggiunto un sesto coro, permettendo di ampliare la sua estensione a tre ottave, senza dimenticare il fondamentale apporto che ebbe l’avvento della stampa musicale. Nel 1507, Ottaviano Petrucci pubblicò a Venezia i primi libri a stampa per liuto solo, dedicati alla musica di Francesco Spinacino e pochi mesi dopo seguirono le raccolte di Giovan Maria Alemanni e di Joanambrosio Dalza. Ciò permise una maggiore veicolazione e conoscenza della musica per questo strumento a corde, coinvolgendo un numeroso pubblico di appassionati.

Tra i diversi musicisti e compositori chiamati in causa da Massimo Marchese in questo suo ultimo lavoro discografico, bisogna ricordarne almeno alcuni per comprenderne la loro importanza, a cominciare da quella di Vincenzo Capirola, la cui opera è giunta fino a noi grazie a uno dei suoi allievi, Vidal, il quale, temendo che la musica del suo maestro andasse perduta, scrisse un manoscritto, attualmente conservato alla Newberry Library di Chicago e databile intorno al 1517, decorandolo con splendide miniature di animali, fiori e scene di vita. Queste decorazioni non furono dettate solo da motivazioni estetiche, ma servirono a rendere il testo così bello che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di buttarlo via, proteggendo così la musica di Capirola per i posteri, un musicista capace di introdurre tecniche modernissime per l’epoca, come l’uso del vibrato e le indicazioni dinamiche (ossia “piano” e “forte”). Di questo musicista lombardo, Marchese presenta il Recercar primo e La Vilanela.

Altro nume tutelare del liuto fu Marco da L’Aquila, un musicista che fece da ponte, per ciò che riguarda il suo strumento, tra il Medioevo e il Rinascimento. Autentico virtuoso, fu colui che introdusse lo stile polifonico imitativo, grazie al quale riusciva a far sembrare che ci fossero più musicisti che dialogavano tra loro, mentre in realtà era uno solo a suonare. Marchese esegue tre brani di questo artista, due Ricercari, il n. 30 e il n. 33, e La cara cossa. Ampio spazio Massimo Marchese lo dedica a un personaggio a dir poco enigmatico, una sorta di “Caravaggio della musica”, per via della sua vita avventurosa e poco trasparente, ossia il milanese Pietro Paolo Borrono che, oltre ad essere stato un liutista eccezionale, al punto che le sue opere furono pubblicate con quelle del “divino” Francesco da Milano, sembra che sia stato coinvolto in intrighi politici e addirittura in attività di spionaggio per conto del governo spagnolo a Milano. Lo stile compositivo di Borrono è dettato da una predisposizione energica, dominata da ritmi di danza e da una tecnica virtuosistica che riflette la sua personalità esuberante, come dimostrano i quattro pezzi eseguiti da Marchese, tra cui i celebri Saltarello della preditta e Peschatore che va cantando.

Non deve stupire che tra questi grandi musicisti possa essere accostato anche il nome di Leonardo da Vinci, il quale, oltre ad essere il geniale inventore e pittore che ben conosciamo, fu anche un virtuoso della lira da braccio. Nei suoi codici, come il celebre Codice Windsor, si trovano dei veri e propri “rebus musicali”, che il sommo genio rinascimentale creava in modo ingegnoso, vale a dire scrivendo una serie di note su un pentagramma che, lette sullo spartito, potevano dare vita a delle frasi o a dei motti. Nella playlist del CD, Massimo Marchese esegue il brano 3 Rebus, creato dal liutista Massimo Lonardi, che lo ha arrangiato in modo tale da trasformarlo in una raffinata e accattivante opera contrappuntistica per liuto.
All’interno di questa silloge sonora non poteva però mancare probabilmente quello che dev’essere considerato il più grande liutista del Rinascimento italiano, Francesco da Milano, il cui vero nome fu Francesco Canova, soprannominato “il Divino” dai suoi contemporanei per la sua impareggiabile abilità tecnica ed espressiva. La sua fama fu tale che la sua musica venne stampata e diffusa in tutta Europa tra il 1536 e il 1603. Nato per la precisione a Monza in una famiglia di musicisti, si trasferì giovane a Roma dove prestò servizio presso la corte papale per gran parte della sua vita, servendo sotto quattro diversi pontefici: Leone X, Adriano VI, Clemente VII e Paolo III. Fu anche maestro di liuto per Ottavio Farnese, nipote di Paolo III e futuro duca di Parma. La sua produzione conta oltre novanta tra Ricercari e fantasie, oltre a toccate e intavolature di opere vocali (soprattutto trascrizioni per liuto di brani polifonici di autori come Josquin Desprez). Il suo inconfondibile stile è caratterizzato da un grande equilibrio formale e dall’uso sapiente del contrappunto e dell’imitazione polifonica. Morì probabilmente a Milano nel 1543 e fu sepolto nella Chiesa di Santa Maria alla Scala, che venne demolita nel XVIII secolo proprio per far posto alla costruzione del Teatro alla Scala. L’interprete alessandrino presenta nel suo CD due raffinati esempi della grande arte di questo compositore, il Ricercare n. 10 e il Ricercare n. 33.

Ciò che colpisce nella lettura che Massimo Marchese fa di questi ventiquattro brani, utilizzando un liuto a sei cori costruito da Ivo Magherini, che coinvolgono anche compositori della scuola fiamminga quali Johannes Ockeghem, Josquin Desprez, Jacques Arcadelt e Jean Richafort, è la totale aderenza alla dimensione insita della musica in sé, una sorta di vademecum ideale per entrare nel tempo storico nel quale questi capolavori liutistici furono creati. Si consideri che ci troviamo di fronte ancora a una concezione squisitamente astratta del suono, della pura bellezza fatta di mirabili concatenazioni che nulla lasciano immaginare se non la loro emersione dal silenzio per poi tornare ad essere tale. Eppure, se si riesce a percepire questa filosofia sonora, non si può fare a meno di essere avvinti dall’esecuzione dello specialista piemontese, testimone appassionato di un’epoca che non dev’essere dimenticata o emarginata. Questo, per un fatto semplicissimo: quanto si ascolta in questo CD non è solo un tributo a quella musica del tempo, ma è anche un prezioso monito che deve far capire come senza questi autori e senza la ramificazione storica e artistica del liuto, tutto quello che è venuto dopo non ci sarebbe stato.
Uno dei dischi più profondi e riusciti di musica antica che abbia ascoltato negli ultimi anni.

Lo stesso Massimo Marchese si è anche occupato della presa del suono e del mastering, con risultati del tutto accettabili. La dinamica è veloce e sufficientemente energica, senza sbavature in fatto di colori estranei rispetto alla naturalezza dell’emissione sonora. A livello di palcoscenico sonoro, la ricostruzione del liuto avviene a una discreta profondità, con lo strumento scolpito al centro dei diffusori e con il suono che si fa apprezzare per l’irradiazione in altezza e in ampiezza. Fondamentale, in una registrazione del genere, il parametro dell’equilibrio tonale, che non viene tradito o falsato, visto che il registro medio-grave e quello acuto risultano sempre essere distinti e messi debitamente a fuoco. Infine, il dettaglio mostra una generosa dose di nero intorno allo strumento, contribuendo alla sua matericità e tridimensionalità.
Andrea Bedetti
AA.VV. – Quanta beltà. Lute Music from Gonzaga’s Court
Massimo Marchese (liuto)
CD Aulicus Classics ALC 0157
Giudizio artistico 5/5
Giudizio tecnico 4/5