George Gershwin strikes back!

Tanto per chiarire il concetto, quando si affronta il capitolo George Gershwin, non faccio parte del plotone di coloro che lo ritengono una stella di prima grandezza nel panorama musicale del Novecento storico, a differenza di quanto avviene, invece, nel variegato universo degli ascoltatori, che lo pongono, senza alcun apparente pudore, alla stessa altezza di altri compositori ben più fondamentali, non riconoscendo al contempo la reale importanza di altri musicisti appartenenti alla tradizione americana (tanto per fare un esempio, chiedete a un “adoratore” di Gershwin se nutre la medesima passione per le opere di Charles Ives… ).

Fatto sta che ciclicamente, proprio per via dell’appetibilità delle sue composizioni, George Gershwin, come avrebbe detto il buon Antonio Di Pietro, “riciccia fuori”, facendo sfornare registrazioni che vanno ad aggiungersi alla nutrita lista di dischi a lui dedicati. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello che è stato recentemente pubblicato dalla Da Vinci Classics e che vede protagonista il giovane pianista imolese Pietro Beltrani, il quale musicalmente tiene il piede in due scarpe, quella d’impronta per così dire “classica” e quella più propriamente jazz. Il che, naturalmente, lo avvantaggia, magari rispetto ad altri colleghi, nell’affrontare un autore che definire double-face può apparire a dir poco riduttivo, tenuto conto che nell’alveo del suo comporre, come si sa, confluiscono diversi fiumi e affluenti stilistici e di genere.

La cover del CD Da Vinci Classics dedicato a composizioni di George Gershwin.

Così, per andare sul sicuro, Beltrani, con l’Orchestra Senzaspine (sic) condotta da Tommaso Ussardi, ha registrato l’immancabile Rhapsody in Blue, i Three Preludes per solo pianoforte e, con Daniele Negrini al violino e Tiziano Guerzoni al violoncello, con i quali forma il Beltrani Modern Piano Trio, Ten Songs, frutto della collaborazione di George Gershwin con il fratello Ira (reale eminenza grigia di diverse opere del catalogo gershwiniano). C’è da specificare ulteriormente che alcuni assoli pianistici della Rhapsody sono stati improvvisati da Beltrani, così come l’arrangiamento delle Ten Songs nella versione per il trio cameristico, dando così modo al concerto di sbilanciarsi maggiormente sotto un’angolazione jazz, mentre le canzoni sono state “nobilitate” da una versione decisamente più “classicheggiante”, con il chiaro scopo di far percepire all’ascolto la possibilità di gestire la materia sonora gershwiniana, pur nel pieno rispetto della partitura, attraverso le varie tonalità di grigio che vanno dal puro impianto jazzistico a quello decisamente “classico”, senza che il risultato finale potesse mutare l’efficacia stilistica e interpretativa.

A beneficio di coloro che non la conoscono, ripercorro brevemente la vicenda che portò alla stesura della Rhapsody: Paul Whiteman, violinista nelle orchestre sinfoniche di Denver e S. Francisco, fondò alla fine della Prima guerra mondiale una formazione jazz che divenne ben presto assai famosa nella East Coast. Nel dicembre del 1923, Whiteman annunciò, con un certo orgoglio e per motivi squisitamente pubblicitari, che Gershwin, astro nascente della “nuova musica” americana, stava componendo un “concerto jazz” che sarebbe stato presentato dalla sua orchestra. Nella realtà delle cose quel “concerto jazz” era ancora semplicemente un progetto, discusso dai due, rimasto tale, poiché il compositore statunitense non aveva ancora scritto una sola nota, tanto è vero che in quel momento Gershwin era totalmente assorbito nella creazione di un nuovo musical che avrebbe visto il debutto nel gennaio del 1924. Quando sulle pagine del New York Herald Tribune lesse le dichiarazioni di Whiteman, dapprima gli venne un coccolone, ma poi, evidentemente punto sul vivo, decise di buttare giù in fretta e furia quella che sarebbe diventata la Rhapsody in Blue. Dall’alto del suo sfrenato “americanismo”, Whiteman ebbe così modo di vedere soddisfatta la sua richiesta, riuscendo a dare vita ad una serata di genuina “musica americana” newyorkese, rimasta famosa più per la patina mondana che per la dimensione artistica, presentando, oltre alla Rhapsody, una “suite americana” di Victor Herbert, nella realtà solo una banale suite di serenate in stile cinese, cubano, spagnolo e orientale, che di yankee avevano solo la denominazione in inglese, e un fantomatico “poema sinfonico sincopato” (sic) di Irving Berlin, che si ridusse, nella sua esecuzione, in tre canzoni del medesimo strumentate da Ferde Grofé. Tutto qua.

La pregiata coppia Ira Gershwin (seduto al tavolo) e il fratello George al pianoforte.

Se dopo la Rhapsody in Blue, Pietro Beltrani ha voluto presentare i Three Preludes è per un motivo ben preciso, in quanto oltre a rappresentare gli unici brani originali scritti da Gershwin per pianoforte, che risalgono al 1926, è per il fatto che in un certo senso riprendono in parte, non giungo al punto di affermare che “scimmiottano”, quanto già enunciato a livello di linguaggio nella Rhapsody. Questi brani furono eseguiti per la prima volta dal compositore statunitense al Roosevelt Hotel di New York City, anche se nelle intenzioni dell’autore avrebbero dovuto essere ventiquattro, racchiusi nel titolo di  The Melting Pot. In seguito, il loro numero fu ridotto a sette in forma manoscritta, poi ulteriormente diminuito a sei per essere eseguiti in pubblico, e infine solo tre per la loro pubblicazione. Degli altri quattro, due furono riarrangiati per violino e pianoforte e pubblicati con il titolo di Short Story, mentre degli altri, il Preludio in sol maggiore fu eliminato dall’editore per il semplice fatto che era assai simile a materiale già apparso nel Concerto in fa e l’altro escluso per ragioni che sono rimaste sconosciute.

Il primo Preludio, in si bemolle maggiore, inizia con un motivo di chiara matrice blues composto da cinque note ed è contrassegnato da ritmi sincopati basati sul baião brasiliano che conferiscono al pezzo un’evidente atmosfera jazz. Anche il secondo Preludio, in do diesis minore, vanta una fisionomia decisamente jazz e inizia con una melodia sommessa che si snoda sopra una linea di basso fluida e costante. Andando avanti, cambiano la tonalità, il tempo e il materiale tematico, con la melodia iniziale e il basso che ritornano nella sezione finale, fornendo al brano quasi una dimensione ipnotizzante (non per nulla, lo stesso Gershwin definì il pezzo una sorta di “ninna nanna blues”. Infine, il terzo Preludio, in mi bemolle minore, assume delle valenze “spagnole”, per chiara ammissione dell’autore, ed è strutturato in modo da formare continuamente una “domanda” e una “risposta”, con la prima che viene armonizzata utilizzando accordi di mi bemolle minore, e con la seconda tramite accordi di mi bemolle maggiore.

Pietro Beltrani, Tommaso Ussardi e l'Orchestra Senzaspine durante l'esecuzione della Rhapsody in Blue.

Il florilegio di dieci canzoni scelte nell’arrangiamento per violino, violoncello e pianoforte della premiata ditta “George & Ira Gershwin” rappresenta il canonico must destinato a far sognare i cuori teneri e gli ascolti a presa rapida; il pot-pourri è formato da due brani provenienti da Porgy and Bess, vale a dire gli altrettanti immancabili Summertime e I Loves You Porgy, mentre buona parte delle altre canzoni presentate furono concepite per un’altra celebre coppia artistica del tempo in chiave cinematografica e musical, quella formata da Ginger Rogers e Fred Astaire, per la quale i fratelli Gershwin crearono icone quali Embraceable You, But Not For Me e I Got Rhythm presenti per l’appunto nel musical Girl Crazy. Il brano The Man I Love proviene da una commedia musicale, Lady Be Good, mentre Fascinating Rhythm fu portata al successo sempre da Ginger Rogers e Fred Astaire, così come  Let’s Call the Whole Thing Off  e They Can’t Take That Away from Me, che i due divi cantano e ballano nel celebre film Shall We Dance, diretto da Mark Sandrich, che nella versione italiana porta il titolo di Voglio danzare con te. L’ultimo brano, con il quale si chiude la tracklist, A Foggy Day, viene invece cantata dal solito Fred Astaire nel film musicale A Damsel in Distress, diretto nel 1937 da George Stevens, una simpatica e trasparente commediola (Una magnifica avventura in italiano), che fece sognare un bel po’ di giovanotti statunitensi, gli stessi che, pochi anni più tardi, andarono a morire nelle foreste che circondavano Bastogne e sulle spiagge di Okinawa.

A livello di analisi, devo ammettere che questa versione della Rhapsody in Blue (e mi è toccato ascoltarne tante, credetemi) è in assoluto una delle migliori che le mie orecchie abbiano affrontato in disco, anche per via delle scelte estemporanee di Pietro Beltrani al pianoforte, il quale quando sente odor di jazz è come Peter Parker che si trasforma nell’Uomo ragno. La sua esecuzione, virando decisamente in questa dimensione di genere, intende soprattutto tratteggiare lo spirito della composizione, la quale è prima di tutto l’incarnazione di un’epoca e dei suoi stili compositi, emanazione di un roaring feeling che diviene autentico quadro sonoro (a un certo punto, ascoltandolo, mi è sembrato di vedere di sfuggita Francis Scott Fitzgerald, con l’immancabile sigaretta nell’angolo della bocca, che si guardava intorno con aria preoccupata, cercando di capire dove cazzo fosse finita la moglie Zelda, in preda come sempre dei fumi dell’alcol). Ma è indubbio che nella riuscita di un simile brano, il rapporto che si viene a creare con direttore e orchestra è a dir poco fondamentale: se non vi è pieno, totale affiatamento ritmico, il tutto si affloscia come una zampogna moscia. Qui, invece, Tommaso Ussardi, oltre a collegare la compagine orchestrale a una presa elettrica industriale, tale è l’energia che da essa proviene, si adatta perfettamente allo spirito pianistico, con gli ottoni e le percussioni che devono aver respirato l’aria di Broadway a pieni polmoni, considerata l’efficacia con la quale premono l’acceleratore dei loro strumenti.

Dei Three Preludes superstiti, a fronte delle iniziali velleità chopiniane (per dirla con Battiato, «c’è chi parte con un raga della sera e finisce col cantare la Paloma»), è indubbio che il secondo a livello armonico sia il più interessante, in quanto capace di enunciare al meglio il concetto generalizzato anche negli altri due del contrasto. Contrasto che viene reso con molta efficacia dal giovane pianista imolese, dando linfa a un respiro capace di incorniciare debitamente la loro brevità (e semplicità) formale.

Il Beltrani Modern Piano Trio, formato da Pietro Beltrani al pianoforte, Daniele Negrini al violino e Tiziano Guerzoni al violoncello.

Infine, le Ten Songs. Se l’arrangiamento fatto da Beltrani ha un merito, questo dev’essere ricercato non tanto nell’averlo trasposto per il trio in questione, quanto per aver saputo restituire, attraverso di esso, liberandolo dalle pastoie seduttive della voce, la patina di malinconica amarezza presente nella musica gershwiniana, perfino in brani più “pimpanti” come I’ve Got Rhythm e Fascinating Rhythm, quella patina di profonda solitudine che attanaglia l’americano medio quando si scopre lontano dalle luci di Broadway e dai bar sfavillanti di Los Angeles, e che può essere racchiusa nelle seghe mentali di Philip Marlowe seduto davanti al bicchiere vuoto, mentre rimastica la sua dimensione esistenziale (il merito di tale patina interpretativa va condiviso anche per via della caratura espressiva manifestata da Daniele Negrini e da Tiziano Guerzoni). Come dire che queste canzoni rappresentano il dark side di un tempo, nel quale il compositore americano si è perfettamente riconosciuto, anche nelle sue contraddizioni, allontanando di fatto quella perniciosa aura in cui, grazie alle magie effimere del musical e dell’industria cinematografica, il tempo lo ha inesorabilmente posto. Perché in fondo, parafrasando Humphrey Bogart nei panni del direttore di giornale Ed Hutchison nella scena finale del capolavoro filmico di Richards Brook, L’ultima minaccia, «È Gershwin bellezza, Gershwin, e tu non ci puoi far niente, niente!».

Federico Mattioli, per ciò che riguarda la Rhapsody, e Andrea Lambertucci, per le altre composizioni, hanno fatto un lavoro con i fiocchi e i controfiocchi per ciò che riguarda la presa del suono. In entrambi i casi, la dinamica è assai convincente, grazie a un’energia e a una velocità (e questo si denota soprattutto nel primo brano) che ha saputo esaltare l’indubbia naturalezza della materia sonora fissata nel disco. Dinamica che ha dato i suoi frutti anche nel parametro del palcoscenico sonoro, in cui tutti gli interpreti, di volta in volta, sono stati ricostruiti assai bene tramite una discreta profondità, che nel caso della Rhapsody ha evidenziato anche una considerevole ampiezza e altezza del suono stesso, rendendo meglio a livello di spazio fisico la compagine orchestrale e il pianoforte, posto leggermente in avanti. Stesso discorso per l’equilibrio tonale e il dettaglio, con il primo capace di rispettare appieno la gamma medio-bassa e quella acuta (il banco di prova è stato soprattutto nei Three Preludes), mentre il secondo ha permesso di concretizzare appieno la matericità di tutti gli strumenti, affinandoli per merito di enormi quantità di nero che li hanno sempre circondati.

Andrea Bedetti

George Gershwin – Rhapsody in Blue - Three Preludes - 10 Songs

Pietro Beltrani (pianoforte) - Beltrani Modern Piano Trio (Pietro Beltrani, pianoforte; Daniele Negrini, violino; Tiziano Guerzoni, violoncello) - Orchestra Senzaspine - Tommaso Ussardi (direttore)

CD Da Vinci Classics C00823

Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 5/5

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